Blog di osservazione sociale e di analisi politica, a cura di "EPIMETEO" - COLLETTIVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE per "Pensare la Rivoluzione Fuori Tempo Masssimo"

Saturday, February 10, 2007

L’odio fra gli stadi e la società

L’odio che vediamo nelle curve spesso viene definito impropriamente così
L’odio fra gli stadi e la società
Odiare tutti significa che non ce la si fa più e non si ha una speranza nel futuro
Nel mentre nelle sale cinematografiche si realizzava il record d’incassi per Manuale d’amore II, nella società italiana, quella reale, abbiamo assistito ad un episodio sintomatico di quale invece sia il livello della frustrazione e della violenza.

La morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti come conseguenza dei violenti scontri fuori lo stradio di Catania in occasione del derby Catania Palermo, è stata la notizia dominante sui media negli ultimi giorni insieme al dibattito sulla prosecuzione del campionato.

In un modo o nell’altro quando accadono eventi come questi si punta l’indice contro i colpevoli specifici o al massimo contro la degenerazione del sistema in cui ciò accade, in questo caso contro la degenerazione del sistema calcio. Il tutto condito dalla generale ipocrisia di chi è alla direzione di quel sistema come in portavoce delle varie società di calcio.

Evidentemente non possiamo che condannare la ferocia violenza degli scontri di Catania, che tra l’altro sembrano essere legati a gruppi ultrà di estrema destra.
Ma possiamo limitarci a fare questo? O piuttosto dovremmo unirci al coro di chi adesso chiede misure sempre più repressive e controlli più drastici?

E’ incredibile che non appena si sia parlato di interruzione del campionato si sia alzato un netto muro contro. Si potrebbe pensare: beh l’attaccamento all’attività sportiva e un certo sano agonismo possono in parte giustificare questa posizione.

La verità è che la degenerazione del sistema calcio è adesso più evidente che mai. Non solo negli ultimi anni il giro di interessi e di soldi ha polverizzato le ultime tracce di genuinità che fossero rimaste, e non è neanche bastato lo scandalo estivo che ha visto coinvolta la maggiore società italiana di calcio, oramai chi decide anche nel mondo del calcio è evidente anche ai più ingenui.
Gli interessi commerciali di sponsor e pay tv legandosi alle esigenze di bilancio di grandi e piccole società monopolizzano e dirigono l’andamento del sistema.

Ora l’aspetto che più può interessarci è che siamo di fronte alla frustrazione e alla insicurezza di tutta una nuova generazione che arriva all’età adulta e non trova alcuna reale speranza di guadagnarsi un futuro e soprattutto in un contesto sociale e quindi umano il più delle volte fatto di privazioni e miseria.

Come si sa lo stadio raccoglie da sempre il disagio sociale canalizzandolo in una direzione tutto sommato innocua per il sistema capitalistico che ne è invece la ragione.
Le curve che diventano vere e proprie zone franche dove tutto è possibile non sono che la valvola di sfogo per migliaia di giovani che magari disoccupati o precari, alla domenica credono di rifarsi della propria quotidianità ritrovando uno spazio di libertà ed espressione.

L’odio che vediamo nelle curve spesso viene definito impropriamente così.
Certo da un lato stiamo assistendo in particolare nelle grandi città ad un intensificarsi di gruppi di destra che egemonizzano le curve, ma la verità che il più delle volte l’aggressività non è diretta nei confronti di qualcosa in particolare.

Spesso si leggono striscioni del tipo Odio tutti.
Ora questo è indicativo: purtroppo migliaia di giovani stanno pagando a caro prezzo e sulla propria pelle le nuove riforme introdotte dagli ultimi governi, sotto la pressione di un sistema capitalistico che arranca sempre di più e passa sopra i diritti dei lavoratori.
Purtroppo oltre a questo si sconta anche lo spostamento a destra delle organizzazioni politiche di sinistra e la crisi di radicamento sul territorio nelle scuole e nei posti di lavoro che ormai non rientra più nei metodi delle organizzazioni politiche di sinistra.

La crisi di riferimenti e la confusione dovuto al bombardamento mass mediatico fanno il resto.
Odiare tutti significa che non ce la si fa più e non si ha una speranza nel futuro.
Odiare tutti significa però anche non odiare nessuno in particolare e così colpire un poliziotto può per molti essere equivalente a insultare un immigrato o anche semplicemente picchiare la moglie.

Senza coscienza della radice del proprio disagio, non si fanno passi in avanti verso la propria emancipazione. Anzi si entra nel meccanismo perverso di oppressione fra oppressi che sostiene questo sistema.

Non si può tollerare che gli effetti di questa crisi sociale e di quella in particolare relativa al sistema calcio si traducano semplicemente in queste norme apparentemente più repressive contro il tifo violento ma che in realtà restringono alcuni diritti oltre che allontanare ancora di più la maggior parte dei giovani dal calcio.

Non possiamo tollerare che ancora una volta un problema sociale sia considerato un problema di ordine pubblico. Non è possibile passare sotto silenzio che queste misure provengono dagli stessi ministri che in queste stesse settimane hanno votato l’introduzione di enti privati all’interno dei consigli di amministrazione delle scuole, colpendo ulteriormente il sistema pubblico dell’istruzione.

I tifosi o anche gli ultrà non vivono allo stadio tutta la settimana.
Il nostro compito è quello di essere in quei luoghi dove realmente questi si trovano e vivono su di loro la contraddirne e lo sfruttamento di questa società, senza tuttavia averne una reale coscienza.
Trasformare il semplice sfogo sullo striscione Odio tutti, in un’idea di opposizione sociale e di lotta per una società migliore e volendo per l’abbattimento e la ricostruzione di questo mondo del calcio dominato dall’interesse di grandi gruppi economici.

Giulio Trapanese

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Monday, February 05, 2007

Prosperare o Imitare? (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)

Oggi, possiamo dirlo, siamo l’America
Prosperare o Imitare?
Analisi di un pezzo di storia

di Elisa Cotena

(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Italia, fine 800. Tanti coloro i quali decidono di abbandonare quello che pare essere il sud del mondo, per cercare fortuna. Quanto tempo è passato, qui dove tutto scorre veloce sembra non esservi traccia della storia. Eppure la storia siamo noi, e la storia è storia di idee, valori, culture nate in relazione. E’ storia di miscela sempre sincrona, di arricchimento e crescita dell’uomo, considerato come pezzo di un grosso insieme chiamato “specie”e solo per convenzione diverso da “razza”. Così difficile è non dimenticare che convenzione non è realtà, che il mondo è uno, composito e bello per questo. Un insieme dinamico che così cresce, col movimento interno, con l’interazione continua e costante. Così difficile pensare alla mia storia personale come a storia inserita in una intera storicità, considerare l’oggi rispetto al passato e al futuro e non dimenticare che in tutto vi è una costante che è l’uomo, un uomo che è sempre lo stesso, nonostante tutto.

Argentina. Qui gli italiani, emigrati soprattutto dal nord, sono presenti sin dal 1776. Dopo i moti del 1821, alla migrazione dei lavoratori si aggiunse quella degli esuli politici: non solo braccia e spirito imprenditoriale, ma anche ideologia e cultura. Il contributo italiano all’indipendenza argentina, alla creazione di un movimento sindacale e alle guerre civili fu determinante. A costoro è infatti dovuta l’introduzione di idee mazziniane e proto-socialiste di fine secolo IX, ma anche lo sviluppo anarchico del Novecento. 1
Australia, stesso periodo. Qui ci sono soprattutto calabresi, lavorano come pastori, contadini, crescono, fino a piantare i primi vigneti australiani, dando il via ad un’industria vinicola tuttora fiorente. Quando si dice “da servo a padrone”…
Brasile. Secondo l’IBGS (Istituto Brasiliano Geografico Statistico) tra il 1883 e il1939 sono arrivati qui oltre quattro milioni di persone e gli italiani rappresentavano il più importante gruppo di immigrati, superando persino i portoghesi. 2 Quando nel 1888 fu abolita la schiavitù, l’immigrato italiano prese il posto dello schiavo, tanto che l’Italia dovette proibire nel 1902 con il decreto Prinetti l’emigrazione in Brasile! Anche qui gli italiani (e i calabresi!) più intraprendenti abbandonarono col tempo le campagne, diventando piccoli proprietari terrieri e imprenditori di varia specie.
Canada. Oggi la lingua italiana risulta essere la terza lingua più parlata e la prima delle lingue non ufficiali. Tra il 1951 e il 1971 gli italiani in Canada sono passati da cinquantamila a settecentotrentamila(!!), emigrazione recente quanto copiosa.
USA, infine. Tra il 1880 e il 1915 approdarono qui nove milioni di immigrati. Di questi, quattro milioni erano italiani. Circa il settanta per cento proveniva dal meridione. Gli italiani emigrati in America si definivano “uccelli di passaggio”, andavano a guadagnare un gruzzolo lasciando mogli e bambini a casa e tornavano dopo qualche anno, se tutto andava secondo i piani, con un bel capitale da investire nella madrepatria. Intanto, però, lì in America la vita non era semplice. Difficile era resistere, difficile, sempre più, pensare di tornare. Così scrive chi c’era: «E così…giungemmo in America, a centinaia su centinaia di migliaia, fino a quando non fummo più di quattro milioni. Affrontammo la povertà, la discriminazione e l’isolamento dovuti al fatto di essere in una terra straniera. La maggior parte degli immigrati era molto giovane quando venne in questo paese. Scoprirono che non solo le strade non erano lastricate d’oro, ma che erano proprio loro quelli che dovevano lastricare quelle strade. Venimmo in un luogo che ci trattava da persone inferiori. Venivamo considerati sporchi e stupidi, perfino “di colore”. [...]La struttura dominante della società tentava di umiliarci, ma noi continuammo a testa alta. Imparammo una seconda lingua, trovammo un lavoro, ci riunimmo in associazioni e comprammo case nostre. Imparammo a farcela nonostante il pregiudizio. Ci sostenemmo a vicenda e facemmo addirittura in modo di conservare il nostro stile di vita in Italia mandando a casa grandi quantità di denaro. Negli Stati Uniti, gli Italiani si mobilitarono per preservare la loro cultura. Nei quartieri Italiani fiorirono molti negozi ed attività gestite da italiani. Gli italiani si abituarono a comprare da altri italiani. Mantenemmo il nostro denaro entro la comunità e prosperammo.»2

“Prosperammo”… che bella parola. Sembra quasi voler dire “ci emancipammo”, divenimmo più grandi, più forti… e invece, semplicemente, diventammo simili ai nostri padroni. Oggi, possiamo dirlo, siamo l’America. Vengono da noi i meno fortunati, che si organizzano per prosperare. Chi guadagna qualcosina da mandare a casa, chi mette da parte per investire qui in Italia, chi decide di comprare solo dai propri connazionali. E’ così che funziona il sistema, il sud vuole diventare nord, e si mobilita per questo, lo sta già facendo. Ma al tempo stesso il nord ha bisogno di un sud da sfruttare. L’immigrazione non è che il primo passo dello sviluppo capitalista di paesi meno industrializzati. L’immigrato di oggi torna in Africa con un capitale così come fecero i self made men italiani e già ora si possono determinare la classe operaia e quella imprenditrice africane. Il problema è che però, tutto questo sistema non sta in piedi. Non possono prosperare tutti insieme, non possiamo essere tutti padroni.

Esaminare l’immigrazione è esaminare lo sviluppo necessario di una società in crisi, ma l’intento epimeteico è un altro. Bisogna che si sottolinei la possibilità di una soluzione altra al degrado. Una soluzione alternativa al finanziamento di scafisti assassini, alternativa alla possibilità di morire per raggiungere una fantomatica “terra promessa” che altro non è che terra malata, di malattia mortale. Bisogna che ci si rivolga a chi ha voglia di impegnarsi in un’analisi reale dello sviluppo di questa società, e ci si renda conto della necessità per i più poveri di emanciparsi costruendo. E’ importante che si seguano dei sogni nella vita, ma è importante anche che quei sogni siano giusti. E’ importante abbandonare un certo relativismo e capire che un giusto universale esiste, e riguarda l’uomo, la sua natura, ciò che gli giova e che per questo giova al mondo intero. L’intento epimeteico, dicevo, è quello di dimostrare che tante azioni umanitarie sono inconsapevolmente volte a conservare un certo stato di cose il quale è sbagliato, un sentire profondo è già spinta a muoversi, ma muoversi non è già avere inciso. Bisogna pensare bene prima di agire, è fondamentale andare nei luoghi dove è possibile scardinare e cominciare a farlo, parlare con chi può capire senza troppe difficoltà che non è giusto che l’uno viva grazie allo sfruttamento dell’altro. Se da un lato è quindi importante parlare con chi è fuori in quanto escluso dal sistema, dall’altro è importante anche evidenziare il paradosso qui ed ora, diffondere il messaggio tra chi si mobilita in Italia, tra chi cerca di fare sentire i nostri ospiti il più possibile uguali a noi, tra chi gli dà la possibilità di “prosperare”, ingannandoli e ingannandosi.

1 Simonetta Michelotti “Gli italiani in Argentina o gli italiani d’Argentina?”

2 www.emigrati.it

3 Nicola Coltella “Immigrazione dall’Italia Meridionale”

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Saturday, January 27, 2007

I Nuovi Luoghi dell’Impegno: su INTERNET


La Partecipazione non è “morta” ma va oltre le frontiere tradizionali
I Nuovi Luoghi dell’Impegno:
su INTERNET

Il Movimento Politico e Culturale si riversa dalle Piazze cittadine a quelle telematiche
(prossimamente sul n° 2 di Epimeteo)
Sin dall’antichità greco romana, se non prima, e ancora in età medievale, per poi passare a quelle moderna ed arrivare nella contemporaneità, in particolar modo nell’Europa della Resistenza anti-nazifascismo, e poi nel contesto planetario dei Movimenti di Contestazione (giovanile, studentesca, operaia, femminista, per i diritti civili e le libertà individuali) degli anni 60-70 (con le due date simbolo del ’68 e del ’77), la “Piazza” (intesa come lo spazio pubblico e non solo come elemento urbanistico circolare) assume un ruolo fondamentale, per l’attività politica e di impegno civico. E’ il luogo materiale in cui la gente si riversa per dare il proprio contributo alla lotta, alla battaglia sociale, alla protesta, ma più in generale alla partecipazione civile estesa nella vita politica.
La volontà di interessarsi della “res publica”, non è stata mai comunque una prerogativa di massa, tuttavia, nei periodi storici appena citati, era molto più diffusa rispetto all’ultimo decennio in cui il disimpegno, l’arrivismo, e la chiusura nell’individualismo, hanno preso un netto sopravvento nell’ambito più generale di un sistema consumistico che pone, come unico interesse e fine dell’uomo, ciò che al massimo dovrebbe essere un mezzo, ovvero il bene materiale, l’accumulo di consumi.
La politica partitica tradizionale è, già da molto tempo, in totale empasse, o meglio in un catastrofico decadimento. Il livello teorico dei Partiti è oramai nullo con un dibattito politico-culturale che scarseggia, ma anche l’iniziativa pratica, per questi tipi di soggetti sociali, langue in una preoccupante crisi dell’attivismo e in una deriva affaristica dell’attività parlamentare e rappresentativa in genere.
Le nuove forme di partecipazione sociale, come quelle dell’Associazionismo, dei comitati civici, dei social forum e dei Movimenti, sono l’ultimo baluardo dell’impegno sociale, nonostante il fiore all’occhiello di queste nuove realtà, quale il “Movimento dei Movimenti”(new global, pacifista, libertario, equo-solidale), dopo il 2002, si sia rivelato solo un illusione, un barbaglio che si è risolto in un fuoco di paglia e in un lago di sangue (quello di Genova).
Il Movimentismo, inteso oggi non antiteticamente al sistema partitico ma spesso in sinergia con esso, tende a rimare comunque la forma più affascinante per quella fascia di donne e uomini che hanno una certa predisposizione all’impegno civile. Tuttavia, così come le sezioni di Partito non sono più piene come una volta, nelle Piazze, ovvero nei cortei e nelle manifestazioni più varie (così come nelle assemble, nei centri sociali e culturali, nelle sedi d’associazione, nei forum pubblici e negli happening), le persone, e soprattutto i giovani, sono presenti in maniera sempre meno consistente e sempre più di rado.
Questo “assenteismo pubblico”, questa Piazza anno dopo anno più vuota, tranne che in casi eccezionali e per fini molto specifici, fanno paventare un’inesistenza irreversibile di impegno e di promozione socio-politici per i nostri tempi.
La massa è arresa alla realtà vigente e non crede nella possibilità di cambiamento di ciò che palesemente non gli va bene, ma anche quelle vecchie file di avanguardia sociale si sono ritirate e non si sono più rigenerate?
Ci affacciamo dalle finestre e non si vedono striscioni, non si sentono cori.
Sembrerebbe che i Movimenti di idee e azione, tendano a fermarsi.
Tuttavia, prima di giungere a conclusioni così immediatamente “catastrofiche”, bisognerebbe guardare meglio e dovunque. Ci sarebbe bisogno di un’analisi che sappia guardare oltre i tradizionali spazi di socialità. In altre parole, prima di dichiarare morto il “Movimento” di gente che si confronta e battaglia dialetticamente sulla politica, sulla cultura, sulla società, bisogna valutare quelli che sono i nuovi luoghi di popolamento, quelle che possiamo definire le “Piazze Virtuali”. Potrebbe essere Internet, infatti, la nuova realtà in cui, oggigiorno, ci si organizza, si promuove, si diffonde e magari si lotta.
In effetti, basta un minimo sopralluogo per la rete telematica e si capisce come non si tratti solo di un posto di pedo-porno-grafomani e fanatici del “download”, ma come in essa si stia sviluppando un vero nuovo circuito di “Agorà”.
Nella Piazza Virtuale, oggi vanno a muoversi quelle realtà politiche e sociali che in passato si riversavano nella tradizionale Piazza Materiale (non diciamo reale perché poi anche la prima, sebbene telematica, resta di fatto tale).
Sono milioni i siti, i portali, le mailing-list, i volantini e le riviste multimediali, le newsletters, i blog, i forum telematici, che fanno promozione sociale, che alimentano il dibattito politico, che organizzano opposizioni dal basso e propongono democrazia partecipativa. Ci sono persino Associazioni, Organizzazioni No-Profit e Partiti, puramente telematici ovvero che hanno solo una sede virtuale.
Così, chiunque, gruppo o individuo, e da qualsiasi posizione ideale/ideologica, voglia “partecipare”, abbia intenzione di dare il proprio contributo alla lotta e alla promozione per la rinascita o il rinnovamento politico-culturale della società contemporanea, non può che puntare, magari in maniera prioritaria su questo nuovo contesto, su questi nuovi places.
Leandro Sgueglia
www.epimeteo.info

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Del povero e poetico canto del multiculturalismo (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)

(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Tanto vale iniziare da un’intervista all’interprete dell’ultimo film di Giuseppe Tornatore, Ksenia Rapport :

“giornalista : Complimenti per l’italiano, l’ha imparato più che discretamente in pochissimo tempo.
Rapport: E’ stata la TV, mentre ero in Italia per il film, la tenevo sempre accesa.”

Ora se Isabella Mazzitelli, firma di Vanity Fair ed autrice dell’intervista, ha riportato senza alcuna correzione le parole dell’attrice, ha tutte le ragioni per farle i complimenti. Brava a Ksenia Rapport!
Eppure quando ho letto il “metodo” di studio utilizzato dall’attrice russa non ho potuto che essere suggestionato da due fatti, uno culturale e l’altro privato: quello culturale si riferisce ad una conferenza ascoltata al Festival della Letteratura di Pordenone di Gian Luigi Beccaria, studioso dell’idioma nstrno, a proposito della lingua italiana e implicitamente dell’italiano, oggi; mentre quello privato si riferisce all’incomprensione linguistica, di cui sono stato testimone, fra un’anziana donna italiana e la sua badante straniera, incomprensione che ha causato il licenziamento di quest’ultima.
Questo piccolo evento è solo una metafora, probabilmente anche un po’ rozza di un possibile rapporto fra chi possiede i mezzi ( in questo caso linguistici) e detiene il potere e chi non ne possiede e quindi subisce. Imparare la lingua è una soluzione fin troppo semplicistica e per alcuni immigrati fin troppo difficile. Il problema non è conoscere o meno la lingua, avere o no il lasciapassare, ma è l’identità nella sua unicità o nella sua molteplicità: insomma nel cuore dell’Italia, paese con una grande storia di dominazioni straniere, con una grande storia d’indipendenza e con una grande storia d’emigrazione che ora si trova a fare la parte del paese ospitante,possono convivere molteplici anime-identità senza essere vittime né di un “unicum” omologato né della nascita di ghetti e subordinazioni?

Ma prima di ciò c’è da chiedersi qual è l’identità italiana che temo possa portare omologazione o ghettizzazione. Qual è l’identità italiana a cui si appellano coloro che vogliono la chiusura delle frontiere, coloro che pensano che gli stranieri rubino il lavoro, stuprino e ammazzino, coloro che di alcuni fatti criminali ne fanno il paradigma, il DNA civile e culturale di un popolo.
I facili nazionalismi che vengono gridati alle manifestazioni contro le ondate migratorie sono il nostalgico desiderio di una rinnovata unità nazionale che corrisponde per altro a nuove logiche di divisione territoriale, che ricordano mappe geografiche pre-risorgimentali.I falsi patriottismi sembrano essere un violento auspicio ad una razza latina figlia di una lupa un po’ fascista un po’ lombarda. L’Italia che conserva ciò che è in continuo mutamento e forse non c’è mai stato nelle forme ritenute- l‘identità - non fa che rappresentare la grande paura dell’Occidente a vedersi fisicamente sommerso da ondate di popoli più numerosi e demograficamente più vitali.
In effetti questa Italia “italiana” fa un po’ ridere ed anche un po’ piangere. Questo corpo che esplode, onanisticamente, di se stesso ha un volto che non mi piace e una sicurezza, che da quel poco che ho studiato, non ha alcun motivo d’essere. L’Italia non è mai stata italiana, la reale identità italiana è una continua stratificazione di domini e di lingue minori, penso al ruolo dell’italiano prima e dopo l’unità d’Italia. Il mistico del e per il popolo Mazzini, il federalista Cattaneo e il neo-guelfo Gioberti avevano un’idea romantica del popolo italiano. Questi parlavano soprattutto agli altri intellettuali e all’elite borghesi, poiché la lingua del popolo italiano non era la loro, ma era il dialetto, che non era lo stesso in tutta l’Italia, ma si diversificava di regione in regione.
La questione linguistica è sintomo di una identità politica e storica multipla, divisa, meticcia e meravigliosamente sporca : questo è durato fino al boom economico, cioè fino a quando non è arrivata la Tv che è stata la maestra di tutti quegli italiani che non conoscevano la propria lingua, che erano allo stesso tempo cittadini e stranieri del proprio territorio.
Ed ancora è stato quel simulacro di benessere e ricchezza a permettere la massificazione culturale, politica, e in un certo particolarissimo senso anche di classe del nostro paese.

Il cittadino italiano, come la Rappeau e i fratelli arabi, russi, ucraini, polacchi, albanesi, romeni, ha iniziato a parlare la propria lingua quasi come fosse “un’ondata migratoria” della propria terra. Quasi come avesse risposto assai democraticamente ad un ultimo definitivo dominio.
Questo insegnamento certo è stato un bene che però ha lasciato i suoi dolori e le sue vittime . Nel senso che è pur vero che la diffusione di una lingua comune è il raggiungimento di un obiettivo politico giusto e che permette una facilità e comodità senza pari, ma non fa neanche sconti a chi rimane indietro, producendo un diffuso senso di alienazione e precarietà. Infatti accanto al dominio del linguaggio televisivo oggi è doveroso porre il linguaggio del computer e quello dell’inglese da marketing : nuove derive tecnico-scientifiche , nuova speranza delle logiche del potere.
Quindi non dimenticando il dato che riguarda il passaggio dalla lingua dialettale alla lingua italiana “televisionizzata” credo che le lingue delle migrazioni, i differenti suoni che ci sorprendono per le strade siano le lingue della marginalità del potere e che siano isola incontaminata di possibilità di poesia realmente povera ed essenziale.
In fondo questi moderni “barbari”,per comunicare con noi, conoscono, al nostro contrario, solo le parole della grazia e della ribellione.

So che la cronaca, i mass-media, la Tv spesso ci danno un’immagine molto differenti degli stranieri presentandoci gli efferati fatti di violenza che avvengono in alcune famiglie e in altre situazioni. So anche che è difficile resistere alle tentazioni del razzismo autorizzato dal linguaggio mediatico, ma cosa crediamo che possa portare il sottilissimo e diffuso clima di ostilità verso gli stranieri se non ad una conseguente chiusura, che coltiva in seno una resistenza dura, integralista e radicale. In questi giorni ci si è posti il problema sul perché le tradizioni religiose nei paesi ospitanti vengono vissute in modo più violento più severo rispetto al paese d’origine: credo che sia perché appunto in un territorio ostile non può che venire dagli stranieri una profonda paura che si tramuta, drammaticamente, nei fatti che conosciamo e che leggiamo sui giornali.
Ciò ci invita ad un esame di coscienza e a non fare seppure di un certo numero di fatti una caratterizzazione generale di un popolo .
Generalizzare è stupido e porta temibili conseguenze.
Ricordo a questo punto un altro fatto di cronaca , quello degli adolescenti, Erika e Omar, i quali dissero ai primi interrogatori che ad uccidere madre e fratellino di lei erano stati due stranieri. Allora tutta l’Italia diede la caccia allo straniero. La Lega organizzò manifestazioni che registrarono un gran numero di partecipanti. Ricordo con particolare malizia e divertimento un preoccupato Gian Franco Fini, allora vice- presidente del Consiglio, rispondere, nello studio di Porta a Porta, alle ansie sulla sicurezza della soubrette Milena Miconi.
Eppure, qualora non ce lo ricordassimo, nessuno straniero, nessun bisogno di una maggiore sicurezza, che desse un occhio in più agli immigrati: l’assassino ce l’avevamo in casa noi e le vittime.
Dopo la scoperta seguì uno strano silenzio.
Nicola Ingenito

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E’ così che assistiamo al formarsi inesorabile di due “occidenti” (prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)

(prossimamente sul PRIMO PIANO del n° 2 di Epimeteo)
Quando il mondo della comunicazione di massa ,che inevitabilmente trasmette e contamina anche i nostri linguaggi e le nostre facoltà di pensiero, si propone di discutere intorno al problema dell’immigrazione, ogni possibile soluzione espressa per bocca delle sinistre e di tutte le forze pseudo-progressiste appare confluire nella parola integrazione.
Nel momento in cui le “masse informi” di immigrati che inondano scomodamente le terre del nostro sviluppo, riescono ad assumere pienamente comportamenti, attitudini, tendenze tipiche dell’occidentale normalità ,esse rappresentano una risorsa economica di immenso valore, rappresentano la forza lavoro da poter opprimere e sottomettere alle più infami ed umilianti condizioni di vita ed esistenziali, che tra gli abitanti del nostro emisfero nessuno è più disposto ad accettare.E’ così che assistiamo al formarsi inesorabile di due “occidenti”. Quello degli occidentali, ricchi ed ostentati, ormai distrutti dalla loro stessa civiltà;e quello di chi sta arrivando e arriva per sopravvivere, lasciandosi indietro il deserto , e la penuria che è prima responsabilità della follia imperialista. Vittime del nostro consumo in patria, così come da esuli in terra straniera. Vittime martoriate dalle nostre “corporations”, dalle nostre multinazionali sconsiderate,dalla nostra economia carnivora, perché è nella loro fuga disperata, che non si ferma neanche davanti al palese timore della morte nei mari di Puglia o di Sicilia, che si manifesta il più chiaro esempio dell’ineguaglianza e dell’egoismo delle forze che governano il mondo.
La piaga dell’immigrazione sconcerta a destra così come a sinistra e non v’esiste alcun rimedio che non parta da una radicale sovversione della prospettiva di discussione, del linguaggio utilizzato, e delle strutture tradizionali a cui si è ancorati. Voler integrare significa voler mettere una piccola toppa, mossi da un moderatismo che non si addice ad una situazione che già da tempo ha superato i limiti della sostenibilità. Voler integrare significa voler immettere negli ingranaggi del nostro sistema coloro che fuggono dalle contraddizioni evidenti di questo stesso sistema. Significa voler trasformare un numero certamente ristretto di vittime in carnefici di altre vittime , e dare speranza a tutte le altre vittime di potersi fare un giorno non lontano anch’essi carnefici, e fare che questa vana speranza alimenti il silenzio e la quiescenza, che non sfoci mai in una ribellione che per forza e proporzioni sarebbe incontrollabile.
Per rendersi conto di quale follia perversa si celi dietro la magnanimità dell’integrazione etnica, basti pensare alla non lontana Inghilterra, dove si è innescato un sistema(divenuto modello di tutte le democrazie europee) per il quale è possibile per un immigrato accedere a qualunque livello del potere e economico e politico del paese, secondo una scelta naturalmente meritocratica. Il merito consiste in un’adesione perfetta al sistema, nella capacità di assorbirne le logiche per esserne pienamente “integrati”. Dunque ogni cittadino britannico ha “democraticamente”le stesse possibilità, e dunque nessuno tra gli immigrati oserà ribellarsi al sistema che potrebbe garantire il benessere da sempre desiderato. E’ inutile dire che pochissimi sono gli immigrati a cui sono spalancate le porte del falso successo, che la maggior parte di loro vive in condizioni precarie e senza diritti, accumulando rabbia e frustrazione che non si esprime in un contrasto nei confronti dell’ingiusta autorità, bensì in episodi di frequentissima violenza tra le diverse etnie presenti nel paese. La reazione quindi ha ben incanalato il dissenso mettendo una maschera al vero male scatenando una costante guerra civile tra vittima e vittima della stessa condizione.
Il quadro descritto è esasperato in Inghilterra soltanto perché il sistema dell’ integrazione è in atto da un tempo più lungo che negli altri paesi, ma questo non vuol dire che situazioni simili non si verifichino in tutta Europa.
Quando si guarda al mondo attraverso un’ottica rivoluzionaria non si può pensare all’integrazione dell’immigrato come soluzione. Quel che deve caratterizzare la nostra analisi deve essere un attento e profondo approccio con l’apparato culturale, antropologico, storico, che caratterizza ogni singola individualità che è costretta ad immigrare. Dobbiamo sapere interagire ed arricchire la nostra tradizione di elementi innovatori che possono portare positivo fermento culturale e di pensiero nella quiete di questo momento storico. Dobbiamo ammettere che le strutture del passato hanno fatto il loro tempo e vanno superate, che stati e nazioni non sono che il ricordo di ciò che nel ‘400 si affacciò come novità in Europa, e adesso sono state superate da una globalità che volenti o nolenti, è in atto e che và capita ed affrontata. Bisogna superare l’errore che spesso commette anche l’apparato intellettuale della nostra Europa, che è quello di considerare l’immigrato comunque sempre figlio d’un Dio minore, di una cultura mediocre, di una storia poco ricca a confronto con la grande tradizione occidentale. Questa è la stessa ottica che alimenta la volontà di identificare l’immigrato con una massa informe, senza pensare al fatto che in quella massa marciano individui singoli, ai quali è necessario guardare con apertura ed interesse, senza rigetti di nazionalismi, che sono morti in tempi storici ormai lontani. E’ per questo che ancora una volta è necessario saper leggere il NOSTRO TEMPO con gli strumenti che può fornirci una coscienza critica e rivoluzionaria.
Eleonora de Majo

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Thursday, December 14, 2006

Washington Consesus... Ratzinger Consensus (dal n° 1 di Epimeteo)

WASHINGTON CONSENSUS…

“Non irritare l’alleato americano” è senza dubbio la maggiore preoccupazione del neonato governo di centro-sinistra, sicuramente uno degli impegni che con più coerenza si stanno portando avanti in questo primo mese di attività. Circa la scarsa, praticamente nulla, collaborazione degli States nell’inchiesta italiana sull’omicidio di Nicola Calidari, D’Alema si è detto “dispiaciuto”: dice che non se l’aspettava… ma ci ha tenuto a farci sapere che l’incontro con la Condy Rice si è svolto prima del match Italia-USA (valido per le qualificazioni agli ottavi dei Mondiali di calcio) onde “evitare malumori”…



…RATZINGER CONSENSUS

Oltre 50mila partecipanti al gay pride di Torino sabato 17 giugno. Assente il sindaco Chiamparino, il più destrorso della sinistra, che aveva espresso da mesi perplessità sulla opportunità dell’evento... Piacevole sorpresa la presenza del Ministro delle pari opportunità Barbara Pollastrini. Da cui hanno preso le distanze molti suoi colleghi di governo e di partito (e di gruppo unico),che hanno rassicurato Ruini che la presenza della Ministra non rispecchia le posizioni della coalizione. Castagnetti ha sostenuto che in un momento di rapporti così difficili con la Santa Sede una tale manifestazione non andava fatta. Eclissi di Dio…
Fabrizio Forte

LESSICO CIVILE: Parole, Politica e Democrazia (dal n° 1 di Epimeteo)

La consapevolezza della pericolosità delle parole e l’importanza di un uso accorto del linguaggio non devono sfuggire ad un collettivo come il nostro, che delle parole ha scelto di fare il proprio strumento di lavoro, che si è incontrato non attorno ad un progetto qualsiasi, ma ad un progetto di “comunicazione”. Rivolto all’esterno, sì, ma allo stato attuale – è bene prenderne coscienza – soprattutto al suo interno (il che non è affatto poco), alla formazione e alla crescita culturale ed intellettuale di un gruppo che è “politico”.
Del resto, l’essere politikòn (sociale) dell’animale umano nella definizione aristotelica, è inscindibile dall’altro attributo che il filosofo riconosceva come peculiare dell’essere umano: l’uomo è zoòn logon echon, animale dotato di linguaggio. Logos come linguaggio, ma anche come concetto che il linguaggio esprime.
Riaffermare la sovranità della “cosa detta” sulla sovranità della “parola” separata dalla sua verità è, come afferma Zagrebelsky in un suo recente saggio, una questione di democrazia. E’ quello che distingue una democrazia da una demagogia populistica che, usando la parola come mezzo onnipotente di espropriazione del discorso dal suo contenuto di verità, <>.
E così, se l’irresponsabilità del potere ci ha abituati a concetti come “guerra umanitaria” o “bombe intelligenti” (per restare in un ambito in cui già Tacito ci ammoniva: <>), è evidente che qualcosa è successo e che un tradimento è stato consumato.
Alla lingua va restituito il suo peso: nell’epoca delle parole farfugliate e dell’approssimazione linguistica (che coincide con un’inversione di tendenza ormai costante del tasso di alfabetizzazione) l’homo videns non lavora più con le parole (paradossale ma non troppo la coeva proliferazione di promoter e centralinisti in luogo dei lavori manuali). E questo significa che non lavora più con la democrazia e con l’uguaglianza: <>, così scriveva don Milani nella sua “Lettera a una professoressa”.
Per questo ritengo prioritario per noi iniziare un lavoro comune che abbia al centro il linguaggio, che vada nel senso della “riappropriazione”, restituzione alla parola del suo significato. Un “lessico civile”, che ritornando sul senso di parole come “politica”, “utopia”, “lavoro”, “laicità”, le restituisca al loro significato, o quanto meno non dia per scontato l’uso corrente che se ne fa. E che consenta anche (soprattutto) a noi di “parlare la stessa lingua”, di incontrarci su un terreno comune (il che neanche è scontato che avvenga), rifuggendo il pericolo che le nostre diverse prospettive ed esperienze di vita si trasformino in orizzonti paralleli e incomunicanti.
Proporrei di cominciare proprio con la parola “politica”, sicuramente una delle più maltrattate e straziate da chi ha interesse a che di essa si smarrisca il senso più nobile. Perché, se è vero che ne viviamo quotidianamente la degenerazione, non condividiamo con Rino Formica che essa sia solo “sangue e merda”, nonostante i De Gregorio e i Montemarano di turno.
<>. La Neolingua orwelliana non è così lontana. Urge esercitare del cattivo bipensiero.
Fabrizio Forte

L'INCHIESTA: Dialogo con una ragazza poalestinese... (dal n° 1 di Epimeteo)

Il 24 Maggio era un giorno come un altro qui in Italia.
Giorno di quotidiana distrazione , di quotidiano disinteresse, di quotidiano sfuggire ai bollettini di guerra, al pensiero dei morti insensati nei focolai accesi che ovunque ci circondano.
Giorno di quotidiana lotta contro noi stessi, dimentica troppo spesso di buttar un occhio ai telegiornali vergognosamente freddamente specchio del lercio di cui ci si va coprendo.
Giorno di vite trascorse all’ombra di tutto, sconvolti e sgomenti soltanto da ciò che ci impongono come surrogato di dolore…
Il 24 maggio, volli avere notizie dalla mia amica Majdal, palestinese di Ramallah…


CIAO MAJDAL

CIAO

COME STAI?

NON COSì BENE, OGGI DAVVERO NON COSì BENE, TU INVECE?
A
BBASTANZA BENE…MA COSA è SUCCESSO?

NON HAI VISTO I TELEGIORNALI OGGI?

NO perché?

Bhè.. QUI A RAMALLAH 4 PALESTINESI SONO STATI UCCISI, 35 FERITI GRAVEMENTE E TRATTATI COME BESTIE.
IO ERO Lì IN CENTRO…HO VISTO TUTTO…MI SONO NASCOSTA MA LI HO VISTI…HO FATTO DELLE FOTO, SONO RIUSCITA A FARE DELLE FOTO
MIO DIO! DOVRESTI GUARDARE LE FOTO SU INTERNET O DEI FILMATI perché GLI SPARI E LE JEEP ISRAELIANE ERANO PROPRIO NELLA STRADA DOV’ERO IO, QUANDO LI HO VISTI ARRIVARE SONO ENTRATA IN UNA NEGOZIO DI UN MIO AMICO E SONO RIMASTA Lì FINO A QUANDO NON è FINITO TUTTO…I PALESTINESI LANCIAVANO PIETRE…LORO, GLI ISRAELIANI, HANNO COMINCIATO A LANCIARE BOMBE E A SPARARE…

CHE HA DETTO LA TELEVISIONE A RIGUARDO, IMMAGINO SI TRATTASSE DI UNA DELLE SOLITE “ OPERAZIONI CONTRO MILIZIANI O POTENZIALI TERRORISTI”?

NON SO NON HO VISTO IL TELEGIORNALE…LO FARò Più TARDI QUANDO AVRò LA FORZA…

MAJDAL DAVVERO…NON PUOI IMMAGINARE IL SENSO DI RABBIA CHE AVVERTO IN QUESTO MOMENTO…CREDIMI

LO SO…TI CONOSCO…GRAZIE

TUTTO COSì INGIUSTO FOLLE ASSURDO

MA CHE POSSIAMO FARE ORA…?

NON SO MAJAL…NOI QUI IN OCCIDENTE CERCHIAMO DI PENSARE E DI ESSERE Più FORTI DI LORO NON LASCIANDOCI DEMOLIRE INERMI…MA DA VOI C’è LA GUERRA, CI SONO I MORTI I FERITI…è COSì DIFFICILE RESISTERE NELL’ESSER CONTRARI ALLA VIOLENZA

LO SO…CERCO DI STRINGERE I DENTI E FARE IL POSSIBILE…ORA TI PREGO PARLIAMO D’ALTRO..BELLA QUELLA FOTO… DOV’ERI QUANDO L’HAI SCATTATA?

Quando terminai la conversazione ero smarrita, nervosa. Mi sentivo colpevole del mio stesso vivere lontano dal mondo. Colpevole della nostra ignoranza, colpevole della nostra arrogante pretesa individualista.
Spero che leggere queste parole vi turbi almeno un po’, quanto basta per non persistere nell’ascolto passivo di notizie di guerra…notizie di stragi, morti civili, vite rubate alla vita a causa di un disegno di folle inumanità…e tanti troppi testimoni, che covano odio, che prima o poi smetteranno di “stringere i denti”…e la nostra risposta? Sarà dimentica di ogni trascorso come sempre o saremo capaci di ricordare??


Eleonora de Majo

Eclissi: un punto di vista (dal n° 1 di Epimeteo)

L’uomo non è altro che l’insieme delle sue azioni
Hegel

Per chi è nato a metà degli anni ’80 non è stata semplice l’impresa di capire dove stesse andando il mondo,cioè ovvero che idea farsi di questo. .
Le nuove canzoni nella loro leggerezza malinconica esprimevano l’autunno di qualcosa che però non s’era mai conosciuto davvero;appena in tempo a capire che le canzoni non dovessero necessariamente parlare d’amore,mai veramente nella condizione di ascoltarle.
Quando avevamo pochi anni si è visto il mondo festeggiare per la fine della storia,la caduta del muro di Berlino;così a scuola i primi anni le maestre ci raccontavano rassicurandoci che il comunismo era fallito per sempre, perché se ciascuno non lavora per sé non si affeziona a quello che fa e quindi non lo fa bene.
In questo strano dopo della storia cominciavano nuove guerre fra latitudini di spazi geografici irriconoscibili, deformati dalle immagini della televisione.
La guerra in Iraq nel ’91 ripresa in presa diretta spiazzava qualunque senso di infantile rassicurante distanza. “Mamma ma dov’è l’Iraq”; l’Iraq era lontano ma allo stesso tempo a casa nostra, eppure tra una pubblicità e l’altra del dentifricio.Non conoscendo davvero la guerra ci si chiedeva ingenuamente se si sarebbe ascoltato qualche eco dello scoppio delle bombe in Medio Oriente.Abbiamo visto le nostre madri fare le file ai supermarket per le provviste,senza capire perché.
Ma tutto andava bene,la politica andava meglio,dopo Mani Pulite,niente più proteste ed insieme i ritmi di Beautiful e delle telenovelas sudamericane scandivano gli scenari di pranzi e cene in cui ci si ritrovava per caso,nel silenzio familiare dell’ascolto ossequioso dell’ultimo sviluppo della puntata

Si è visto nascere studio Aperto con la guerra ma trasformarsi velocemente poi in un’agenzia di chiacchiera qualunquista; e abbiamo sentito parlare di cambiamento della politica proprio quando Berlusconi veniva eletto presidente del consiglio nel 1994,;partiti della sinistra involuti,ma feste in televisione nei primi talk show televisivi antesignani del nostro Porta a Porta;famiglie sfasciate eppure romanzi rosa in testa alla classifica e nuovi discorsi ;l’apertura di un’infinità di luoghi di presunta aggregazione giovanile, come le discoteche e l’aumento del tasso dei suicidi,dell’uso di eroina fra i giovani,della disperazione.
La storia era finita,non c’era alternativa eppure le nostre vacanze al mare in estate si accorciavano,il tempo per stare con gli altri diminuiva;la vita continuava a non essere granché:a lavorare si lavorava come prima,a scuola si doveva andare e poi quando si stava insieme con gli altri, per di più ci si confrontava sull’ultimo dei videogiochi o delle pubblicità creative o sugli ultimi film in TV,a seconda delle età.
Ci è stata fatta scoprire la sessualità attraverso la devastante esposizione televisiva ,eppure in classe non si poteva fare educazione sessuale perché i libretti di spiegazione del ministero con Lupo Alberto venivano immediatamente ritirati dal nuovo ministro Iervolino:immorale parlare di sessualità a scuola
Qualcosa insomma era finito eppure non si capiva cosa: certo lo si intuiva dal nuovo sguardo dei propri genitori, di quello degli altri adulti;in fondo la loro stessa giovinezza era finita insieme con l’immaginazione intera di una generazione che non lasciava un vero testimone.
Una partita se la si era giocata ed adesso ci si ritrovava con la lambada in televisione,l’invasione pubblicitaria,l’annientamento del senso della storia,la nuova chiusura nelle strette mura delle famiglie,il ritorno delle sette religiose,e..
.. e così dritto fino alla seconda metà dei novanta con un’elezione di un governo di sinistra; eppure nulla in fondo era cambiato,nel modo di vivere,di sentirsi parte della società.
Anzi, si entrava al liceo dove c’era all’ultimo anno ancora chi al suo primo anno aveva conosciuto l’ultima scintilla della pantera e si prendeva magari una certa boccata d’aria,ma poi anno dopo anno aumentavano le frasi su quelli del collettivo che in fondo sono dei perditempo;e la cosa tragica era che spesso erano anche vere,dato il declino della politica organizzata.
Con il governo di sinistra abbiamo avuto felicemente l’azienda e la pubblicità fino a dentro la scuola;ed intanto a Sanremo non si superavano le ammissioni se non si aveva una canzone con dentro più di cinque “amore mio” e “non ti lascerò mai”.
E’ stata data una bella spinta all’individualismo facendo leva come sempre sugli istinti più bassi della natura umana ;ed in tutto questo capitava di sentire di gente che si cominciava a fare esplodere un po’ in giro nel mondo,o a mettere gas sarin nelle metropolitane giapponesi,o al chiedersi perché ragazzi della nostra stessa età non trovassero nulla di meglio che buttare sassi dal cavalcavia nelle autostrade.
Nel frattempo la cultura andava a pezzi,una generazione intera di intellettuali finita alla fine degli anni ottanta,non sostituta..
ma cosa è che non si capiva?Non si capiva che questo veniva dopo di altro e prima di qualcos’altro,che insomma era un tunnel ma che proprio per questo ci si era entrati e non ci era da sempre.
L’avvento dei computer e dell’informatica ha intessuto nuovi immaginari;qualcuno l’ha chiamata morte dell’uomo; all’inizio si pensava di poter creare qualcosa in modo creativo al pc,cimentarsi sulla programmazione,utilizzare lo strumento per conoscere più cose,creare nuovi legami fra i giovani..
Si sosteneva che davanti ad un Ms Dos si poteva programmare con intelligenza e per farlo bisognava studiare un po’, ma poi s acquisiva una capacità; invece poi è successo che hanno fatto tutto loro,come al solito:Windows 3.1,3.11,95 98 etc, ed adesso non bisogna sapere niente per sapere usare un pc,come non bisogna sapere niente per andare in una chat,basta conoscere le lettere dell’alfabeto Il resto non è importante, il resto..non è importante insomma avere delle idee,avere qualcosa da condividere,questo non è importante l’essenziale è che se le piazze sono vuote non importa perché su msn trovi tutti,certo proprio tutti ed è anche più veloce
Anzi è oramai evidente che le piazze non servono a niente..
Utilizziamo al giorno d’oggi cose che neanche sappiamo bene cosa significano e comportano; e poi non fa niente se abbiamo passato infiniti anni del liceo a sbuffare sui banchi,perché tanto si sa che il sabato sera ci si divertiva ed abbiamo avuto tanti tantissimi modi per farlo,eppure chissà se ci siamo divertiti nell’insensatezza della disgregazione dei luoghi di ritrovo a parlare per parlare, a condividere l’uscita in quanto tale e a dover trovare una comitiva,una d’inverno un’altra d’estate così che si potesse passare dall’una all’altra a seconda dell’opportunità,come cambiare un gioco del Game Boy: un gioco da ragazzi,appunto
Come se poi nella solitudine delle camere con il rumore di fondo dello scorrere permanente della televisione avessimo avuto da coltivare il nostro Io ad incredibili progetti; ci hanno dato in mano determinati mezzi di comunicazione per farci vivere una vita di gretto inciucio e noi.. l’abbiamo esattamente fatto.Ci sarebbero da scrivere libri su quello che la gente si dice per ore davanti ad un computer in un instant messaging.Il nuovo ilare adattamento è proprio il marchio degli anni ottanta,ma lì ancora si lasciava percepire come transitorio,perché si veniva fuori da qualcosa d’altro.
Gli anni novanta no,invece no,erano semplicemente allegrissimi: ed è chiaro, data la moltiplicazione delle canzoni senza parole e senza musiche:solo rumori assordanti insieme con il perbenismo spogliarellista, insieme con il mostrarsi a tutti i costi dal livello sessuale a quello intellettuale o pseudo intellettuale. Questo insieme con l’avvenuta distruzione della scuola pubblica e l’ingresso trionfante della precarietà del lavoro.
Non bisogna scomodare Bateson per capire la valenza devastante dei doppi messaggi contraddittori da parte della società, per un giovane nato a metà anni ottanta.
Tutto va benissimo,e poi il mondo ti crolla addosso non appena ci si affaccia alla vita e non si capisce il perché.

La caratteristica di questa generazione è l’ambiguità di essere stati gli ultimi di un modo di vivere che andava tramontando e subito però anche i primi a sperimentare il nuovo.
Proprio perché non è sempre stato così,il cambiamento non è semplicemente quello delle cartucce della stampante, ma qualcosa di più intimo e allo stesso tempo più generale.
A sedici o diciassette anni c’è stata Genova,qualcosa è ricominciato a cambiare pure se lentamente nella percezione delle persone rispetto al mondo.
Il senso di una espropriazione originaria c’è , la percezione dell’insensatezza di questo presente a volte anche; non bisogna arrendersi,rivolgiamoci alla storia,ma anzitutto alla nostra,per capire come uscire dalla palude.
Giulio Trapanese

Non si può andare avanti così (dal n° 1 di Epimeteo)

Poco tempo fa leggevo una frase di Philip K. Dick, grande autore della letteratura americana degli anni ’50-’80, in cui descriveva la propria società come un ambito in cui “mezzi di comunicazione, grandi corporation, gruppi religiosi e politici producono realtà artificiali a getto continuo, ed esistono dispositivi elettronici atti a instillare questi pseudomondi nella mente di chi legge, osserva o ascolta”. Per Dick quindi l’uomo contemporaneo vivrebbe in un immenso costrutto semireale, dove si intrecciano dati oggettivi, elementi elaborati dalla soggettività, scenari esistenziali prodotti da un potente e pervasivo apparato mediatico.
Queste parole hanno più di 40 anni. E’ sconvolgente ritrovarsi davanti a una così nitida presa di coscienza dell'impatto tecnologico e mediatico sull'individualità soggettiva. Cosa direbbe Dick oggi, lui che già mezzo secolo fa tentava nei suoi scritti letterari di andare oltre quella che è la fittizia realtà mediatica che ci viene imposta, fatta di illusioni e sogni di plastica? Dick si troverebbe davanti un potere che ha via via affinato le sue capacità di costruire consenso usando in modo ancora più massiccio di allora i mass media.
La politica, come il commercio, è diventata negli ultimi decenni essenzialmente una questione pubblicitaria.
Berlusconi in Italia è solo un esempio delle ambizioni e del potere di un’oligarchia che controlla i media a livello mondiale. I suoi componenti sono al contempo prodotto e modello di una cultura globale ispirata al consumo insaziabile e le loro reti televisive trasmettono un’ottica del tutto particolare di ciò che è normale e di ciò che è possibile.
Pensiamo alla pubblicità.
La pubblicità è sempre più legata allo stile di vita romantico evocato da certe merci, alla realizzazione emotiva che promettono o addirittura alla “filosofia di vita” che espongono. I nostri sogni sono presi in trappola da immagini onnipresenti nelle nostre vite che ammiccano alle emozioni, a come la vita “potrebbe essere”. Il consumatore è incoraggiato a lasciarsi andare, a perdersi nelle emozioni “contenute” nei prodotti. Sigarette, bevande gassate, alcolici, jeans, automobili, birre, propongono tutte pubblicità che evocano uno stile di vita che è un mix di amore romantico, luoghi esotici, melodie ossessive e appagamento sessuale. E quasi tutti i prodotti sono dannosi per la salute, ma solo per le sigarette la pericolosità è esplicitamente dichiarata. Gli spazi pubblicitari sono le siringhe del capitalismo consumista, che mirano a iniettare ripetutamente nelle nostre menti indifese aspirazioni, desideri, il sogno di essere una versione magnificata di noi stessi.
E’ questo che manda avanti un sistema malato. C’è una continua induzione al bisogno per avere dei consumatori che “fanno girare” i soldi, che vivono quindi irregimentati e contenti, quasi orgogliosi di partecipare all'autocelebrazione del mercato.
Fin da bambini siamo sottoposti all’estremo fascino che emana il consumo moderno, fonte di irresistibile attrazione. Il capitalismo di consumo non conosce limiti e per prosperare deve inventare costantemente nuovi desideri. Il suo motore funziona in base a un’azione ciclica ripetitiva, ma ben oliata: desiderio, utilizzo, disinganno, abbandono, nuovo desiderio. Le basi del consumo sono quindi insaziabilità e crescita incrementale: ogni cosa che abbiamo deve essere sostituita e i nostri averi sono destinati a crescere in dimensioni e numero. E’ la ricetta di un disastro annunciato.
Il neoliberismo, incarnazione dell’individualismo più gretto che vince su qualsiasi valore, ha significato la crescita della deregulation, la dispersione delle solidarietà collettive e l’esposizione brutale dell’individuo alle forze del mercato, in una sostanziale amoralità e indifferenza etica. Come afferma Luperini, stiamo assistendo alla distruzione di una serie di concetti ("comunità", "fraternità", "uguaglianza") che stanno scomparendo dall'uso a vantaggio di altre, radicalmente opposte ("competizione", "potere", "differenza).
Conformismo, alienazione che pervade tutti i campi dell’esistenza e porta all’asservimento alla noia e all’apatia, massificazione degli interessi, egoismo sfrenato dei singoli, induzione di inesauribili mode e tendenze, strangolamento intellettuale, spersonalizzazione, appiattimento culturale, narcisismo individuale e collettivo che spingono l’uomo a calpestare la dignità dei suoi simili, al rifiuto della vita, verso una distruttività necrofila... è un’irrazionale corsa.
Viviamo in una società che crede nella scienza e nella ragione, viviamo in una società che crede irrazionalmente nella ragione non badando alla razionalità dei fini, ma solo all'efficacia dei mezzi. Tutto è stato reificato, la natura è diventata un oggetto da sfruttare.
Siamo ormai degli automi, che lavorano ogni giorno unicamente per perpetrare un sistema ingiusto e distruttivo, quando le capacità materiali e intellettuali raggiunte oggi sono smisuratamente più grandi di quanto siano mai state. Per fare un solo esempio, esistono oggi tutte le tecnologie che potrebbero permetterci di risparmiare fino all’80% delle materie prime e dell’energia, come ci dicono i ricercatori del Rocky Mountain Institute.
Ma dove stiamo finendo?
In un recente convegno sui giovani e il consumismo si è parlato della vita come “puro consumismo — essenzialmente indotto dalle tecniche pubblicitarie — che si unisce alla frustrazione che deriva dal non poter consumare quanto si vorrebbe”, della cultura come un “caos disperato di status e propaganda che genera una miscela esplosiva di repulsione contro i valori di condivisione e risentimenti contro il mondo, dove il confine fra reale e virtuale è celato in maniera insanabile” e della libertà “limitata alla scelta della squadra da tifare, al canale televisivo da vedere o alla merce da comprare al supermercato”.
Due secoli di individualismo ci hanno deformato. Per gli Indios dell’Amazzonia la parola “lavoro” non esiste. Il tempo è fatto per ridere, parlare, coccolarsi, fare festa. Certo, quando serve una capanna la si costruisce, quando il cibo è finito si va a caccia. Ma non si dedica al lavoro neanche un minuto. Ciò perché il lavoro è un falso problema, il problema vero sono le sicurezze: mangiare, bere, vestirsi, essere sani. Queste sicurezze noi non le abbiamo, poiché non c’è solidarietà, viviamo tutti su tante piccole isolette di solitudine e l’unico modo di garantirci è comprare ciò che ci serve. La sicurezza oggi ha un solo nome: è il denaro. E poiché il modo di entrarne in possesso è il lavoro, abbiamo smesso di considerare il lavoro come un mezzo per trasformarlo in un fine.
Viviamo in metropoli invivibili, che percorriamo ripetutamente, siamo come addormentati, imbambolati, siamo annoiati e disinteressati, come se avessimo una sorta di corazza per rispondere alla enorme quantità di stimoli a cui siamo sottoposti, non reagiamo a nulla. Nulla più ci tange. Se non le cose futili, per cui siamo capaci anche di disperarci.
Nei sondaggi che vengono fatti risulta sempre che non più di un cittadino su dieci crede che esista un pericolo di inquinamento, la corruzione dei politici, dei giudici e dei poliziotti e la connivenza tra il traffico di droga e di armi e il potere.
La società se la passa troppo bene per darsene pensiero. Ma è un benessere materiale, superficiale. In realtà abbiamo perso la ragione e lo stiamo pagando a caro prezzo.
Un rapporto del WWF ipotizza che nell’anno 2050, continuando a questi ritmi, la Terra morirà. Ma allo zombie della porta accanto non interessa!
Responsabile della tragedia e ultima testimone oculare dopo i nostri padri di un pianeta ancora in parte vivibile, è ora la nostra generazione che non sembra dare troppo peso alla tragica notizia, troppo presa dal gossip e dai Mondiali, dalla ricerca di griffe, dalla gara per la migliore abbronzatura, dalle schizofrenie televisive e dalla frenetica corsa all'accumulo di capitali e risorse in quantità incontrollata, all'ottenimento di sempre nuovi e futili desideri indotti.
Viviamo una vita frenetica e convulsa, siamo sommersi dai rifiuti, la Terra è sempre più inquinata, negli ultimi anni ci siamo abituati ad ogni sorta di scandalo legato alla sicurezza sanitaria e alimentare, alla sicurezza ambientale. Siamo avvelenati da stress, inquinamento, dalla sovralimentazione, dal tormento dell'efficienza a tutti i costi e dall'ossessione di apparire. La TV detta i tempi delle nostre vite! Il tempo ha assunto un peso quasi pari al denaro, ci sembra che non ci sia più tempo per fare nulla.
I nostri rapporti umani sono sempre più aridi, sempre più spesso non comunichiamo, non condividiamo più, abbiamo perso il contatto col nostro corpo e con il corpo di chi abbiamo vicino, preferiamo stare in compagnia portando avanti rapporti superficiali, non sappiamo sentire e decodificare le emozioni che proviamo, tendiamo a rifuggirle, o a tenerle nascoste. Come pure non sappiamo affrontare il dolore. Non sappiamo ascoltare gli altri, ci stiamo allontanando dai nostri simili.
Un malessere generale che permea la società, la qualità della vita non è per niente soddisfacente, anche dove la ricchezza è tanta. La disperazione cresce. In Giappone ogni anno muoiono 10mila persone stroncate dal super lavoro. Nel mondo c’è chi si toglie la vita anche perché un lavoro non ce l’ha. In Usa ogni anno vengono spesi 1000 milioni di dollari in droghe e si consumano parecchie centinaia di milioni di confezioni di antidepressivi. Per non parlare dell’uso dell'alcool che ogni anno solo in Italia uccide più di 20 mila persone, quasi 20 volte le morti provocate dalle overdose di eroina (non dimentichiamo che droga e alcool restano sempre ottimi metodi di controllo sociale). L’inquinamento atmosferico dovuto al nostro mortale modello di mobilità uccide più di 40.000 persone l’anno solo in Italia. Aumentano il numero dei suicidi e delle persone che nei paesi ricchi vengono classificate come pazze, asociali, emarginate e vengono assistite dalle strutture sanitarie e sociali.La politica della crescita illimitata propria dei paesi industrializzati e la tensione verso il profitto che caratterizza le multinazionali hanno saccheggiato la terra e danneggiato seriamente l’ambiente. Nel 1989 scompariva una specie animale al giorno; nel 2000 più o meno una all’ora. Il cambiamento climatico, l’impoverimento delle risorse ittiche, la deforestazione, l’erosione del suolo, le minacce che pesano sull’acqua dolce, fanno parte delle conseguenze devastanti del danno ambientale. Comunità umane vengono disgregate, mezzi di sussistenza sono perduti, regioni costiere e isole del Pacifico sono minacciate dalle inondazioni, e le tempeste aumentano. Elevati livelli di radioattività e di presenza di veleni prodotti dall’uomo minacciano la salute e l’ambiente. Forme di vita e saperi culturali vengono assoggettati alla brevettazione in vista di profitti finanziari.
La tecnologia è il miracolo che ci tiene vivi in 6 miliardi, ma la tecnologia è un miracolo costoso, un miracolo gravido di effetti collaterali nocivi. Il nostro habitat sta diventando sempre più inabitabile, e la tecnologia ci ha già fatto imboccare il tunnel dello sviluppo “non sostenibile”. Non sostenibile nel senso che la natura non è più in grado di provvedere a se stessa, di rigenerarsi e di autoripararsi. Non è solo che noi stiamo consumando risorse finite (petrolio e carbone) che finiranno presto; è anche che stiamo pericolosamente inquinando l'aria e l'acqua e pericolosamente disturbando gli equilibri climatici.
Manca la consapevolezza della crescente urgenza con cui si presenta il problema dell’ingiustizia economica globale e della distruzione ambientale.
Le cause prime dell’imponente minaccia che è rivolta alla vita derivano sopra ogni altra cosa da un sistema economico ingiusto, difeso e protetto dal potere politico e militare.
Viviamo in un mondo osceno che nega il principio di base che la vita sia di tutti.
L'inseguimento spasmodico del profitto ci sta strangolando. Per sostenere i nostri ritmi di consumo, noi della “parte ricca del pianeta” (rappresentiamo appena il 21% della popolazione mondiale e siamo almeno 90 volte più ricchi del restante 79%) consumiamo ben l'82% delle risorse dell'intera Terra. In questo modo condanniamo (alcuni, forse, inconsapevolmente) gli altri 4/5 dell'umanità a vivere in regimi di estrema povertà.
Dobbiamo prendere coscienza di tutto ciò. Abbiamo poco tempo per cambiare il mondo altrimenti, come sostiene ormai perfino uno studio del Pentagono, dovremo affrontare un collasso ambientale di proporzioni apocalittiche.
Questa crisi è direttamente connessa allo sviluppo della globalizzazione economica neo-liberista basata su un credo articolato nelle seguenti convinzioni:
- la competitività sfrenata, il consumismo e l’inesistenza di limiti per la crescita economica e per l’accumulazione della ricchezza, sono il meglio per il mondo intero;
- il possesso della proprietà privata non comporta alcun obbligo sociale;
- la speculazione finanziaria, la liberalizzazione e la deregolamentazione del mercato, la privatizzazione dei servizi pubblici e delle risorse nazionali, l’accesso incontrollato
agli investimenti all’estero e alle importazioni, la riduzione delle tasse e la libera circolazione dei capitali, produrranno ricchezza per tutti;
- gli obblighi sociali, la protezione dei poveri e dei deboli, i sindacati, le relazioni tra i popoli, sono subordinati ai processi della crescita economica e dell’accumulazione dei capitali.
Si tratta di un’ideologia che pretende di non avere alternative, è un sistema che pervade tutto, dobbiamo farne i conti anche quando cerchiamo alternative, poiché il sistema include anche la propria contestazione.
Avanza la falsa promessa di essere in grado di salvare il mondo per mezzo della creazione di ricchezza e prosperità, pretendendo di avere signoria sulla vita e esigendo una devozione totale, il che equivale ad un’idolatria. Una religione?
Ritzer afferma che oggi nelle cattedrali del consumo si celebra forse l'ultimo culto del nostro tempo. Lo scenario delle nostre pratiche di consumo è mutato negli ultimi anni. Enormi centri commerciali, impianti sportivi, giganteschi parchi di divertimenti, cinema multisala, impianti sportivi che all'occorrenza si trasformano in palcoscenici di megaconcerti, spettacoli non stop e altri 'eventi' popolano le nostre città e le nostre vite. Anche la nostra sfera privata ne è travolta.
Allora viene da chiedersi: “A chi piace o a chi giova dunque cotesta vita infelicissima..?”
Conviene forse a qualcuno? La risposta è CERTO.
L’attuale (dis)ordine mondiale è radicato in un sistema economico estremamente complesso ed immorale difeso da un impero. Usando il termine «impero» intendiamo il concorso di poteri economici, culturali, politici e militari che costituiscono un sistema di dominio messo in campo da nazioni potenti per proteggere e difendere i loro interessi.
Nel modello classico dell’economia liberale lo stato esiste per proteggere la proprietà privata e garantire i contratti nell’ambito di un mercato regolato dal regime di concorrenza.
Attraverso le lotte del movimento operaio, lo stato ha cominciato a dettare regole ai mercati e a provvedere al benessere della popolazione. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, grazie all’espansione multinazionale del capitale, il neo-liberismo si è impegnato a smantellare le funzioni di protezione sociale dello stato. Nell’ambito del neo-liberismo la finalità dell’economia consiste nell’incremento dei profitti e delle rendite, dei proprietari dei mezzi di produzione da una parte e dei proprietari dei capitali finanziari dall’altra; essa comporta l’esclusione della maggioranza della popolazione e la riduzione della natura al rango di merce. Tutti i mercati sono diventati globali, così come le istituzioni politiche e giuridiche che li proteggono.
Il governo degli Stati Uniti d’America e i loro alleati, insieme alle istituzioni internazionali della finanza e del commercio (il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, detta WTO) utilizzano alleanze politiche, economiche o militari per proteggere e avvantaggiare gli interessi dei proprietari dei capitali.
Ci troviamo schiacciati da quella che Noam Chomsky definisce un Senato virtuale, creato dalla liberalizzazione finanziaria. Questo suppone che gli speculatori finanziari, quando operano attraverso i mercati finanziari, si convertono in un Senato virtuale. Il funzionamento di questa legislatura, estranea al processo democratico, limita le decisioni di un paese a ben poca cosa.
Ci si trova quindi in un “isolamento tecnocratico”. È un concetto della Banca Mondiale: vuole dire che le decisioni prese sono separate dall’ambito politico. La gente può credere di incidere sulla realtà, ma invece le decisioni sono prese all’esterno della gente stessa. La democrazia formale apre uno spazio perché il popolo possa esercitare una certa influenza. Ma le lobby che hanno in mano l’economia, il cosiddetto Senato, minimizza lo Stato e riduce lo spazio pubblico. E se uno può trasferire le decisioni a quello che viene chiamato “il mercato” - che non è altro che la concentrazione di capitali - non ha paura di una democrazia formale, che anzi può convertirsi in un meccanismo per controllare la gente.
Siamo sotto un governo del denaro, una lobby, composta da meno di 500 persone che hanno in mano il mondo, che cerca di imporre da anni accordi multilaterali affinché gli investitori possano fare qualsiasi cosa senza nessuna interferenza, senza barriere sui diritti umani, regole sui diritti dei lavoratori o di rispetto ambientale.
Nel frattempo, oltre due miliardi di persone ancora oggi vivono con meno di un euro al giorno, con quantità esigue di acqua potabile e non hanno accesso a fonti energetiche essenziali. E con meno dell’1% dei profitti annuali delle grandi corporation si potrebbero garantire i bisogni primari di tutti.
Tutto ciò mentre ogni giorno, nelle borse di tutto il mondo, girano quantità infinite di denaro: è la grande novità degli ultimi decenni. Chi ha il denaro non ha più bisogno di fare nulla per arricchirsi ancora di più. Il vero affare non è più produrre merci e venderle ma speculare sul denaro che si possiede.Ogni giorno lo scambio di denaro nel mondo raggiunge i duemila miliardi di dollari. Ma per ogni 100 dollari spesi solo 2 riguardano merci reali vendute, gli altri 98 sono spesi in azioni, titoli e valute.
Nel 1995 in Giappone solo 3 degli uomini più ricchi dovevano la loro fortuna all'economia reale. Gli altri si erano arricchiti speculando.
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo dieci persone, i dieci potenti più potenti del pianeta possiedono una ricchezza equivalente al valore della produzione totale di 50 paesi, e 447 multimiliardari assommano una fortuna superiore alle entrate annuali di mezza umanità, 3 miliardi di persone. Il valore della produzione della General Motors e della Ford supera ampiamente quello di tutta l'Africa.Come può un gruppo così piccolo di persone dominare il mondo? Se la sofferenza umana fosse colpa di un piccolo gruppo di criminali sarebbe facile estirparla. Ma la verità è che il sistema è basato sulla complicità di larghissimi strati della popolazione. Insomma siamo tutti complici, chi più inconsapevolmente, chi meno.
Negli ultimi anni la follia distruttiva dei 447 uomini più ricchi del mondo sta diventando oltre modo pericolosa. Chiusi nelle loro torri d'oro, convinti di poter avere e fare tutto, sono convinti che riusciranno a procurarsi ossigeno e cibo pulito anche se metà del mondo arrivasse a essere inabitabile e tre quarti dell'umanità dovessero essere cancellati.
Serve che l’umanità si renda conto che possiede una fantastica forza per ora ancora inutilizzata: il proprio potere d'acquisto. Abbiamo un potere enorme come consumatori, il nostro consumo nel quotidiano non è un semplice “atto individuale”, ma piuttosto un fattore che riguarda tutto il pianeta, l'intera umanità, ad ogni livello. Il consumismo produce una miriade di effetti e si ripercuote rovinosamente sugli equilibri geopolitici, favorendo congiunture egemoniche, oppressioni, sfruttamento, guerre, imbarbarimento e annichilimento culturale.
I popoli ricchi consumano troppo, ma già oggi il mondo occidentale da un lato, e il resto del mondo dall'altro, inquinano l'atmosfera a metà. E lo sviluppo dei Paesi sottosviluppati, che è uno sviluppo fondato su energia “sporca” (carbone, petrolio, più le foreste bruciate per ricavarne pochi anni di suolo agricolo), comporta che i grandi inquinatori dei prossimi decenni saranno la Cina, l'India, l'Indonesia e tutti i Paesi ad alta prolificità, Africa inclusa.
La natura non produce rifiuti e non dobbiamo più pagare gli errori di una sbagliata progettazione industriale, ma è nostra responsabilità volgere lo sguardo alle energie pulite e a prodotti che rispettino l'ambiente, riutilizzandoli e riciclandoli quante più volte è possibile. Non possiamo continuare a fare gli struzzi.Una popolazione non deve produrre ciò che non è in grado di smaltire. Una generazione che delega il problema dello smaltimento dei propri rifiuti alla generazione successiva, compie un crimine contro l’umanità e contro la natura. La strada è la sobrietà che si poggia sul principio delle sei R: Ridurre, Recuperare, Rigenerare, Riutilizzare, Riparare, Rispettare.
Dobbiamo riconsiderare la nostra vita, i nostri gesti quotidiani, le nostre scelte dalla prima all’ultima. Ripensare la vita familiare che conduciamo, il genere di beni che consumiamo, e porre in discussione le bugie vitali più essenziali nella nostra vita.
Cambiare il modo di guardare ciò che abbiamo attorno, e allargare i nostri confini visivi. Non restare chiusi in noi stessi. Guardarci attorno con più obiettività, cercando in questo sistema le vie della costruzione, del nuovo, della liberazione, partendo dalle relazioni individuale per incidere sul locale e il globale.
E’ indispensabile una rivoluzione delle coscienze, della cultura.
Che si inizi riconsiderando le nostre pessime abitudini di vita, distacchiamoci dai ripetitivi gesti quotidiani e riconsideriamo la vita in termini “umani”.
E’ un percorso di consapevolezza e resistenza, ogni giorno è una lotta all’interno di noi stessi, una lotta con la realtà quotidiana, per non adattarci passivamente a questa. Ricollegandoci agli altri, creando sinergie, cooperando. La libertà si ha con gli altri: non c'è altra strada che “agire con”. Tutto dipenderà esattamente da quello che faremo, come ci dice Benasayag.
Citando Jacopo Fo: “Il capitalismo prima ancora di essere una macchina per produrre dolore e ingiustizia è un sistema di convenzioni, abitudini perverse e bugie che sembra creato apposta per impedirci di scorgere il vero senso della nostra esistenza: goderci il più possibile ogni minuto ascoltando l’incredibile sensazione di essere vivi e tutti i modi gradevoli che esistono per celebrare la vita insieme agli altri”.
Citando infine Francesco Gesualdi: “Un tempo, se chiedevi a un ragazzino da cosa dipende la nostra vita ti avrebbe risposto dall’aria che respiriamo, dall’acqua che beviamo, dal cibo che mangiamo, dalla pioggia e dal sole. Oggi ti risponde che dipende dai soldi. Il guaio è che rispondiamo così anche noi adulti, perché la cultura del denaro si è impadronita della nostra mente e della nostra vita. Ma i nodi stanno venendo al pettine. Tempo fa, un vecchio capo indiano d’America aveva tentato di metterci in guardia: “Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”. Purtroppo non l’abbiamo ancora ascoltato e la sua profezia si sta avverando”.
Dopo 6 millenni di guerre, violenze, ingiustizie ed egoismo si deve voltare pagina. Svegliamoci.
Massimo Ammendola

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: Confronto con Romano Luperini (dal n° 1 di Epimeteo)

Lo scorso 26 Aprile il collettivo redazionale Epimeteo si è trovato a confrontarsi con Romano Luperini all’istituto degli studi filosofici di Napoli sulla condizione odierna di arte, politica, società.
L’incontro è stato lungo e per ragioni di spazio non siamo riusciti a pubblicarlo per intero. La trascrizione completa del confronto sarà tuttavia presto reperibile su internet.
Ci limitiamo adesso a trascrivere parte del confronto selezionando nostro malgrado tra ciò che è stato detto.


Il punto di partenza del nostro confronto è stato il concetto di conciliazione culturale e di conseguente schiacciamento nell’unidimensionalità espresso ne “L’uomo ad una dimensione” di H. Marcuse.
Trovandoci fuori tempo massimo, come amiamo ribadire, fuori tempo rispetto alla perdita della coscienza della posizione di dove ci troviamo nel tempo come nello spazio, ci interessava capire che ruolo hanno arte e letteratura in questo contesto.
L’opinione di Luperini è che quello dell’arte e della letteratura e quello dell’essere nel tempo sono due problemi diversi, dice: “Marcuse parla di questa scissione dell’uomo Occidentale, un uomo che coltiva la propria anima come regno dell’autentico, per cui però la mano destra non sa quello che fa la sinistra, quindi può essere una persona gentilissima che ama la musica classica e ad un tempo poi fa affari, fa commerci, massacra...” e più avanti, riferendosi agli ufficiali nazisti che ascoltavano musica classica prima di torturare degli esseri umani: “La tipologia del nazista è una tipologia comune dell’uomo borghese. [...] E’ tutto nella contraddizione della ragione,di quella ragione che diventa ragione strumentale che può servire a Sade per organizzare un’orgia o a Hitler per organizzare campi di concentramento o a Taylor per organizzare la fabbrica moderna. Però, come ragione, può essere anche la ragione critica. [...] l’idea della coscienza che arriva fino a Marcuse è l’idea di una coscienza depositaria,una coscienza che può essere alternativa alla realtà. Beh, questa posizione è diciamo l’elemento idealistico di Marcuse, di derivazione in fondo...hegeliana. [...] io non credo che la sua [di Marcuse] attualità stia nel fatto della contrapposizione della coscienza. Bisogna vedere cosa è diventata questa coscienza.”
Romano Luperini ci dice, a questo punto, che la coscienza oggi non è che la coscienza di un presente concreto che non va oltre sé stesso: la coscienza, cioè, di problemi particolari. Solo ciò che tocca nel suo piccolo un individuo è capace di spingere tale individuo a mobilitarsi verso una risoluzione del problema. Il limite del movimento, ci spiega Luperini, sto proprio in questo: “non riesce a fare il salto dalle piccole cose ad una strategia complessiva”.
Tuttavia, ci dice, “è a partire dalle piccole cose che nasce questa coscienza, [...] è questa materialità delle condizioni oggettive che oggi tende a far nascere degli embrioni di coscienza alternativi”. Cioè: ad ideologie diffuse alienate dalla realtà, al “primum linguistico per cui tutto quello che noi sappiamo è dovuto al linguaggio”, non si può non contrapporre la realtà stessa, non si può non contrapporre, ad esempio, l’attacco alle Twin Towers e “l’editoriale del New York Times tre giorni dopo l’undici settembre che dice : davanti a queste rovine fumanti, potete dire che esiste solo il linguaggio?”. Cioè, ancora: “di fronte ad una bomba che ti cade sulla testa non puoi dire che esiste solo il linguaggio,di qui il ritorno alla materialità della condizione oggettiva”.
Parlando degli embrioni di coscienza alternativi, come li ha chiamati, cioè di coloro che stanno prendendo coscienza della contrapposizione tra le vuote ideologie dominanti e la materialità delle condizioni oggettive, Luperini comincia a parlare della figura del nuovo intellettuale, che egli associa per molti aspetti al lavoratore precario. Parla, ad esempio, di Said per dire che “la figura dell’esule, dell’escluso, dell’emigrato che ha confini diversi, che si traduce nel linguaggio da un confine ad un altro, che fa il mediatore di linguaggi è colui che è precario: è questo il nuovo tipo di intellettuale”. E ancora: “E’ molto diverso dall’intellettuale romantico che è al centro di una società, che è il vate d’una società, che esprime la coscienza d’una società. Questo mondo qui non esiste più. [...] Marcuse da questo punto di vista è [...] attualissimo nella descrizione della marginalità. Il nuovo tipo di intellettuale è marginale oggi. Il problema è cominciare a riconsiderare la figura dell’intellettuale a partire dalla precarietà. [...] un intellettuale dovrebbe essere esule oggi. Non ha più una classe di riferimento,non ha più dei referenti materiali,vive la contraddizione perché da un lato fa parte dell’industria culturale tritacarne di cui non può fare a meno perché ci nasce dentro,dall’altro lato forse si rende conto che se vuole avere un rapporto con il mondo deve uscire fuori da questo tritacarne e magari che il mondo ha a che fare con quelli che passano il Mediterraneo sulla barca e ci rimettono la pelle. Allora ti rendi conto che tu precario hai più in comune con loro qualche cosa che con il resto degli altri; allora sta nascendo una nuova figura intellettuale in cui tra l’altro molti sono anche figli di emigrati...”
A questo punto del discorso, assunto che a differenza di come diceva Marcuse, e cioè che arte e politica tendono a separare l’intellettuale dalla realtà, oggi si è dinanzi a una maggiore aderenza alla condizione materiale, ci si è chiesti quanto si rischia a questo punto di chiudere l’opera dell’intellettuale in quella di una resistenza,magari, e non di aprirla anche rispetto alla proposta.
Luperini ci ha risposto in effetti che questa chiusura è oggi impossibile, perché non si tratta di resistere adesso, proposte concrete nascono nella misura in cui si comprende il presente e si smette di vivere nell’illusione. E la drammaticità della vita odierna è tale da non permettere illusioni di alcun tipo. Il giovane intellettuale di oggi sente il bisogno concreto di confrontarsi con tale drammaticità e di venirne a capo. Non si sente represso, non deve resistere, ma analizzare, criticare, decostruire tutto il post-moderno “nato sulla rimozione del concetto di contraddizione, che invece è un concetto fondamentale”, un concetto che il giovane pensatore non può non sentire come strutturante della realtà.
“Vattimo negli anni ’70 parlava di società trasparente e ne faceva un elogio come di tutta la società tecnologica. Allora la cultura esprimeva il lusso del privilegio dell’Occidente. Mi sembra evidente, si vive in una società finalmente trasparente, mai l’umanità ha conosciuto tanto benessere, il post-moderno che proclama un’età nuova, che non ci saranno più guerre, parla di nuovo rinascimento [...] Poi, quando scoppiò la prima guerra del Golfo, Vattimo scrisse un editoriale sulla stampa dicendo che non poteva essere, perché questo contrastava con la sua filosofia…non poteva avvenire quindi. In realtà i fatti... cosa stava rinascendo? Stava rinascendo quello che loro avevano negato: la contraddizione”.
“Tornando all’editoriale del New York Times, questo mondo per cui esisteva solo il linguaggio e non esistevano più contraddizioni è venuto meno; la crisi del post-moderno è questo, poiché la base del post-moderno era la fine delle contraddizioni. Allora l’intellettuale che sta nascendo non può più esprimere il lusso del privilegio dell’Occidente, che scrive come se non esistessero milioni di persone che muoiono di fame, che scrive come se non esistessero guerre nel mondo. Non è possibile: anche perché questo intellettuale che pretende di far così domani si trova magari nelle Torri gemelle che gli crollano addosso. Ecco, non è possibile: siamo entrati in una fase completamente nuova in cui bisogna cercare d’interpretare, d’avere un’etica planetaria.
Etica planetaria significa capire quello che succede nel mondo e collegarsi a questo che succede nel mondo; il precario è più vicino a quello che succede nel mondo rispetto ad un intellettuale organico, cioè rispetto ad un Umberto Eco o un Vattimo, il precario è molto più vicino, cioè avverte di più una fragilità, una situazione di turbamento, una situazione di incertezza e di instabilità: una situazione drammatica...perché si vive in una situazione di estrema drammaticità.
Il giovane che viene ora sente bisogno di confrontarsi con questa drammaticità, non accetta più questo ilare nichilismo che ha dominato negli anni novanta, per cui non esiste nulla, non esistono valori, ma insomma si sta bene…”
A questo punto del confronto diviene evidente l’ottimismo di Luperini e la fiducia che egli ripone nei giovani delle società odierne. Dice, infatti, riferendosi anche alle recenti mobilitazioni francesi, che “dieci anni fa i giovani non si ponevano le domande che cominciano a porsi oggi, erano assolutamente dentro a questo sistema, non vedevano il mondo da una prospettiva potenzialmente alternativa [...] siamo agli inizi, ancora non ha nome...prima o poi gli americani glielo daranno, però ancora non ha nome. Si tratta di capire dove si va, però la situazione è molto buona…”
La nostra domanda successiva riguardava ancora una volta il nostro punto di partenza: l’esigenza di pensare dopo, l’esigenza epimeteica. Gli abbiamo chiesto in particolare quanto sia importante capire la nostra eredità e quanto, invece, sia urgente un intervento pratico, prometeico, la formulazione di una proposta nuova.
La sua opinione è innanzitutto l’importanza della costituzione di “gruppi di igiene mentale”, come li ha chiamati, dei gruppi fondati sull’”ecologia della mente”. “Un gruppo deve quindi anzitutto porsi il problema di far piazza pulita, di fare una cernita delle idee che girano intorno”. Poi, suggerisce, “scegliere dei padri, perché è sempre così: si sceglie il proprio passato per scegliere il proprio futuro, chi non sceglie un passato non sceglie nemmeno un futuro”. Consapevoli comunque che “scegliere dei padri significa ucciderne tanti altri” e che bisogna sì “scegliere quelli che ci servono”, ma poi bisogna anche “misurarli con una situazione attuale che è diversa da quella che i padri hanno descritto”. Bisogna, in definitiva, “fare delle proposte che prendendo alcune categorie del passato elaborandone molte nuove sulla base di una situazione storica presente. [...] E con un’urgenza che è fortissima,perché la situazione al limite,basta pensare a quello che succede in Iran, a quello che sta succedendo in Iraq. E poi il fatto che questi popoli giustamente ci invadono; quanto si può pensare che questi popoli continueranno a morire di fame mentre noi facciamo le cure dimagranti? E’ chiaro che vengono da noi e ci invadono pacificamente,finché possono[...] quando un terzo,un quinto dell’umanità si pappa l’80 per cento delle ricchezze materiali, è chiaro che c’è un’ingiustizia radicale nella situazione esistente che non è tollerabile. Quindi la situazione è esplosiva; perché il senso della vita che noi abbiamo non è lo stesso che ha un palestinese. Quando l’attesa di vita è poca ed una famiglia ha dieci figli e quattro cinque figli muoiono non è che il valore della vita sia lo stesso che da noi; allora si teorizza la non violenza: è giusto che da noi si predichi la non violenza,è giustissimo in Occidente teorizzarla,ma è sensato teorizzarla anche per coloro che su dieci figli ne perdono otto? [...] bisogna pensare ad un popolo che è alla disperazione, a centinaia di migliaia di persone...è che quando non c’è una prospettiva futura allora c’è il ripiegamento nel passato, ritornano al medioevo, cercano un’identità indietro perché non possono andare davanti [...] Bisogna vedere anche le cose per come sono: c’è un regresso di là,c’è la barbarie e ci si contrappone un’altra barbarie, ma bisogna uscirne! I giovani che possono farlo riflettono su quanto accade, si costituiscono in gruppi inizialmente di igiene mentale e poi di proposta, proposta politica; un gruppo è sempre utile quando non si isterilisce, quando si confronta con gli altri, perché da soli uno si perde...” Il segreto, per Luperini, sta nel “prendere ciò che serve qua e là”, partire sempre da “un’analisi del presente e poi trovare nel passato quello che serve sia per capire meglio il presente, sia per fare delle proposte nuove”. A questo punto Luperini non può non prendere a oggetti della sua analisi l’università, che “è un’istituzione del sistema”, e in quanto tale diventa sempre più un’azienda, “parla il linguaggio dell’economia,il linguaggio del mercato”. “L’utopia è chiarissima”, dice, “ l’uomo non può essere mai esclusivamente e totalmente homo aeconomicus. Ma loro pensano che l’uomo sia esclusivamente quello. La maggiore utopia suppone che l’uomo agisca sempre e comunque secondo criteri esclusivamente economici, ma non è vero! [...]L’ospedale non dovrebbe rispettare esigenze economiche, ma nemmeno la scuola; dovrebbe formare il cittadino, non può formare il consumatore. Sono contraddizioni all’interno del sistema stesso; però utilizzando queste contraddizioni che in maniera marginale esistono, un gruppo di giovani può costituire un proprio percorso di senso”. Parla a questo punto del ’65, quando insieme a dei compagni ha tradotto Marcuse che ancora non era stato pubblicato in italiano. E parla del fatto che a quei tempi nessuno di loro si aspettava che di lì a due, tre anni sarebbero scoppiate tutte quelle mobilitazioni.
L’avvertenza, a questo punto, a stare attenti a non chiuderci in un atteggiamento soggettivistico, l’invito “a partire da dati di fatto materiali, di quello che esiste nel mondo, collegarsi ai movimenti reali che esistono”, a capire che “se siete qui a farvi delle domande è la materialità del mondo che vi ci porta, non sono semplicemente processi coscienziali, sono processi oggettivi: riflettete così perché il mondo vi costringe a riflettere così”. L’esortazione a “creare dei percorsi intellettuali, misurarsi sui testi del passato, cercare di capire il presente, tradurre, vedere quello che succede in America, informarsi”, ribadendo che “il gruppo serve anche a distribuirsi il lavoro”.
Così Romano Luperini ci ha salutati. Contribuendo senza saperlo al nostro primo piano solo ed esclusivamente con la sua opinione.

COLLETTIVOVO DI STUDIO, OSSERVAZIONE SOCIALE E REDAZIONE
"Epimeteo"

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: Intellettuale e Postmoderno (dal n° 1 di Epimeteo)

Il “pensiero debole” così come quello negativo introduce ad una nuova considerazione della cultura ed alla ricomposizione senza critica e senza verifica degli spezzoni ideologici innervati nella spontaneità dei bisogni intellettuali. In questo contesto anche il dibattito culturale si estingue .Già dalla seconda metà degli anni Ottanta vengono a mancare in Italia riviste culturali di discussione collettiva. La fine del dibattito culturale viene sostituito dal carattere effimero della notizia. Di conseguenza muore, quasi totalmente la critica militante ovvero quella critica che si struttura in rigide scuole di pensiero che molto spesso si contrappongono e “ fanno militanza” per far prevalere le loro posizioni. Gli anni Settanta sono gli anni in cui si assiste all’ organizzazione in senso industriale dell’ apparato culturale. C’ è una vera e propria trasformazione delle case editrici. Il libro diventa , così un prodotto, si assiste all’ inizio di un processo della mercificazione del sapere. Contestualmente assistiamo allo svilimento anche del ruolo dell’ intellettuale umanista ed universale, si sfalda la figure dell’ intellettuale legislatore , che propone un complesso di valori e un modello di società. A livello globale operando nell’ industria culturale si assiste ad una profonda trasformazione della cultura e dei gusti del pubblico. Grandi imperi culturali riorganizzano l’ industria dell’ Entrateinment. Ne discende che ad organizzare la cultura sono i grandi gruppi finanziari. Nel nostro paese, proprio in quegli anni , Pasolini asseriva che era in corso un vero e proprio GENOCIDIO CULTURALE. Il postmderno italiano è caratterizzato da questa tabula rasa di arte cultura e letteratura pur risentendo di quello internazionale ha avuto caratteri propri. Rispetto a paesi come la Gran Bretagna , la Francia gli Stati Uniti l’ Italia aveva tradizioni culturali e un costume civile molto più approssimativo,più posticcio e più precario. Il tessuto della memoria e del patto fra le generazioni ’è lacerato da noi più che in altri paesi, facendo affiorare una fitta trama di disimpegni , egoismi e interessi personali di atteggiamenti lucidi e di cinismi. La crisi dello stile e della profondità e dello spessore è servita come lasciapassare all’ appiattimento ed alla banalizzazione linguistica, all’ appiattimento delle tradizioni, alla rincorsa dei modelli proposti dal mercato. Non solo ne hanno risentito il clima ed il potere politico ma anche la stessa produzione letteraria nel campo delle discipline umanistiche. Si pensi a tal proposito alla mercificazione dei testi. Il libro ormai per l’ editore non deve essere più un’ “opera d’ arte” ma un prodotto che ha la sola finalità de essere venduto. Nasce la logica del best seller: più un libro fa vendere e guadagnare il proprio editore , più viene preso in considerazione da critici e giornalisti di riviste specializzate. Tale logica viene già avviata dal Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa negli anni Cinquanta ma se in quegli anni come negli anni Cinquanta e negli anni Sessanta intellettuali prestigiosi fanno da consulenti a case editrici nei decenni a venire seguono una logica esclusivamente economica che si disinteressa del conflitto delle poetiche e della qualità del testo. Già Montale si preoccupò per un’ arte ed una letteratura che, invece di obbedire a criteri etici ed estetici , dovevano assecondare criteri di ordine economico. Era il 1975 e stava iniziando appunto l’ era postmoderna. Montale è a Stoccolma per ritirare il Nobel per la letteratura e pronuncia un discorso pessimista sullo stato dell’ arte della letteratura e più in generale della cultura nella società di massa, dominata dallo spettacolo e dal consumismo: «Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democratizzandosi nel senso peggiore della parola. L'arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l'uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. L'esempio che ho portato potrebbe estendersi alla musica esclusivamente rumoristica e indifferenziata che si ascolta nei luoghi dove milioni di giovani si radunano per esorcizzare l'orrore della loro solitudine.» [dal sito http://nobelproze.org]
In questo breve segmento della relazione di Montale quando si parla di arti si parla soprattutto delle arti diffuse dai mezzi di comunicazione (cinema, televisione, musica leggera letteratura di consumo) , ma si parla anche di certi fenomeni di avanguardia informale e al destino dell’ arte colta. Alla domanda, posta più volte se in questo contesto è ancora possibile la poesia Montale risponde con una visione quasi apocalittica della società contemporanea e non si da una risposta definitiva al quesito posto: il pessimismo montaliano consiste nel constatare l’ imporsi di un nuovo contesto sociale dove gli individui sono robotizzati e coloro che vogliono fare cultura hanno margini di manovra sempre più limitati. Leggendo questo pare quasi che Montale sia stato lettore di Adorno che svolge un'analisi sociologica che è al tempo stesso un'aspra critica dei mezzi di comunicazione di massa: cinema, radio, pubblicità, televisione, rotocalchi e così via. L'idea che muove Adorno è che i mezzi di comunicazione di massa lasciano introiettare all'individuo il sistema esistente, e quindi i valori (o i disvalori dal punto di vista di Adorno) della società esistente. Al fondo di questa critica c'è un presupposto ben preciso (e che è largamente discutibile), e cioè che i mass-media non sono qualcosa di neutro, non sono meri contenitori che possono essere riempiti con i contenuti più vari. In realtà per Adorno i mezzi di comunicazione di massa sono essi stessi ideologia perché il loro compito precipuo è quello di diffondere un'immagine del mondo che sia accettabile da tutti, è quello di sviluppare linguaggi uniformi e standardizzati che vadano bene per tutti e che quindi inevitabilmente contribuiscono a un conformismo generale. I mezzi di comunicazione di massa tendono a integrare l'individuo nella società esistente: potremmo dire, con linguaggio tipico degli esponenti della scuola di Francoforte, che tendono a uniformare l'individuo al sistema di dominio esistente e con l’ individuo anche la cultura e la letteratura.
Pino Di Stefano

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: Intellettualità e il nostro tempo (dal n° 1 di Epimeteo)

Durante l’elaborazione di questo secondo numero, la redazione di Epimeteo ha cercato di porsi l’obiettivo di analizzare e capire cosa fosse l’intellettualità, quale il ruolo dell’intellettuale, se fosse davvero possibile l’esistenza di un’intellettualità disorganica al potere, slegata completamente dall’azione della realtà del tempo vissuto.
Dinnanzi agli occhi ci si è posta immediatamente l’assenza totale di un’avanguardia intellettuale che abbia piena capacità e lucidità di leggere il nostro tempo e di formulare su di questo posizioni, che siano vedetta dei figli dei tempi che verranno. Ma può bastare liquidare la questione sentenziando semplicemente: non vi sono più intellettuali in questi anni di crisi che ci troviamo a vivere così faticosamente?
E’ evidente che non c’è dato fermarci al riconoscimento della mancanza, primo obiettivo deve essere penetrare acutamente tra le cause di quest’ultima per poter muovere su di essa la richiesta fortissima che avvertiamo in merito alla perdita di padri futuri a noi contemporanei, e dunque capire cosa ha reso oggi padri uomini che un tempo hanno posto la propria testa al di fuori della linea dei fatti storici presenti.
Intanto viene da chiedersi: dove potranno mai nascondersi oggi i pensatori? Questo tempo non lascia spazi che permettano di restare nell’ombra, la sua forza sta nel protagonismo controllato, nell’insulsa onnipresenza. Non in questo potrebbe vivere un intellettuale, non nella repressione dei linguaggi, dei pensieri e dei contenuti insita nel mezzo di massa, non nell’individualismo prevaricatore che è forza dell’uomo contemporaneo. L’angulus del pensatore, la giustificazione dell’essenza esule si è trasformata violentemente e tanto impercettibilmente in una ferrea lotta alla sopravvivenza, al restare a galla tra i cadaveri che il mondo produce senza sosta. La precarizzazione è lo stato costante di questa condizione, la condizione “comune” a ogni stato sociale, comune all’operaio come al giovane laureato, comune anche al pensatore che non sarà mai più Professore, che mai potrà fare scuola, che mai sarà intellettuale. Rinchiusi nel proprio antro, lo studio può apparire unica ragionevole salvezza, almeno di quell’individualità attentata costantemente dalla semirealtà che si impone.
Per vivere si prostituiscono i saperi ad una mediocrità inutile e fine a se stessa.
Per sopravvivere gli umanisti si fanno tecnici, specialisti e limitati in un ambito che esclude la possibilità di osare una teoria, di osare un passo che lasci orma profonda nel presente e che sia guida di un prossimo futuro.
Per sopravvivere l’umanismo stesso muore tra le rappresentazioni fittizie di se stesso, mascherato da dissenso, voce servile dei poteri.
Tuttavia, proprio qui vorrei invitare il lettore a riflettere, Sartre scriveva “lo scrittore è implicato qualsiasi cosa faccia, segnato compromesso, fin nel suo rifugio più appartato. E se in certe epoche usa la propria arte per costruire gingilli d’inanità sonora anche questo è un segno: vuol dire che le lettere, la società sono in crisi, vuol dire che le classi dirigenti lo hanno polarizzato…”
Dunque anche il silenzio obbligato dei nostri pensatori precari , nascosti tra scartoffie innumerevoli e pensieri di terrificante inadeguatezza sono inequivocabilmente il manifesto di dissenso del tempo di crisi, sono, senza avere la forza di essere, inconsapevoli del ruolo che questa posizione dovrà assumere. Fondamentale è teorizzare su tutto questo, accorgerci di quanto si sta verificando.Presupposto di tutto è tornar fuori dallo stato di minorità in cui nuovamente andiamo precipitando, critici prima con noi stessi!
Eleonora de Majo

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: A proposito di precarietà... (dal n° 1 di Epimeteo)

Che il mondo del lavoro per i giovani sia oggi precarietà diffusa è ormai risaputo. Che l’istruzione, il giornalismo, la ricerca accolgano di rado nuove menti in maniera stabile, che nel frattempo i “call center” spuntino come funghi in tutta Italia e siano ormai il posto di lavoro di moltissimi giovani (laureati e non) non è una novità. Tuttavia, siccome non bisogna abituarsi a nulla e non bisogna smettere di dire lo scontato, ragioniamo un attimo sulla situazione attuale e soffermiamoci su ciò che “call center” sta a significare. Pensiamo solo alla parola, che letteralmente significa “centro chiamate”. Chi mai avrebbe immaginato da piccolo, quando si passavano in rassegna tutti i lavori che si sarebbero potuti fare da grande, che si sarebbe potuti finire in un “centro chiamate”? Non esisteva il mestiere di “quello che lavorava nel centro chiamate”. Immaginate ora una piccola stanza con una ventina di ragazze attaccate ad una cornetta telefonica (questo il call center che ho visto, dove mi è stato proposto di lavorare- ne esisteranno di più grandi, con più dipendenti e con auricolari tecnologicamente avanzate, ma non cambia: c’è dietro la stessa solfa). Venti ventenni neodiplomate o studentesse universitarie che per passare al telefono metà della loro giornata ci metteranno il doppio del tempo a laurearsi. Intanto il contratto col call center sarà scaduto e si troveranno laureate a trent’anni, il che significa immense difficoltà nel trovare il lavoro per cui si è studiato, lavoro che nella migliore delle ipotesi sarà precario anch’esso, ma di livello elevato rispetto al call center. Chissà quelle ragazze cosa sognavano da piccole... di certo all’epoca non si poteva sognare di diventare “voce promotrice di truffa in competizione coi colleghi”. La consolazione è che qualcuno mentre lavora al call center continua a studiare e forse sarà un giorno ciò che sognava di essere da piccolo. Lo sarà forse a tempo determinato...ma ci arriverà! Gioventù allo sbaraglio tra lavori precari di basso e di alto livello. Questa la diagnosi attuale. Il titolo di quest’articolo tuttavia sembra non avere nulla a che fare con tutto questo. E in effetti ci si vuole qui concentrare su un aspetto particolare del lavoro precario di basso livello: il meeting volto a convincere il promotore stesso della qualità del prodotto da vendere e a fissare gli obiettivi oltre i quali si verrà premiati. Questo aspetto non è caratteristico dei call center, in quanto il promotore oggi non è neanche più una semplice voce. Vanno diffondendosi infatti alcune nuove emblematiche figure da non sottovalutare: le “promoter”. Quelle che si incontrano al supermercato e promuovono prodotti di qualsiasi tipo come fossero figli propri. Queste non sono ridotte a voce soltanto, è importante qui anche l’immagine: carine, taglia massima 44, piacevoli a parlarci. Un cartellone pubblicitario interattivo, insomma. Cartellone pubblicitario quasi sempre donna (per questo parlerò di promoter sempre al femminile). Quello che fanno fare prima di ogni promozione a queste ragazze si chiama “briefing”. Una sorta di convegno in cui una persona esperta di pubblicità spiega tutti i pregi del prodotto e la sua convenienza. Le ragazze stesse diventano in genere prime acquirenti del prodotto, e così anche i loro parenti e amici. Al briefing viene spiegato loro quello che al cliente bisogna dire “per prima cosa”, “ in secondo luogo” e “solo se ve lo chiede”. Così le ragazze imparano come truffare il cliente e allo stesso tempo vengono esse stesse truffate. Truffate non in quanto sicure nuove acquirenti (anche), ma in quanto cervelli dati in pasto alle agenzie (e alle aziende che le sostengono). E’ come Mangiafuoco che attira i bambini verso il paese dei balocchi per trasformarli in asini e servirsi di loro. Mangiafuoco è l’agenzia pubblicitaria. Lo schifo che c’è dietro è l’azienda. Cervelli monopolizzati, perchè il desiderio più grande per una promoter è vendere. Ella è soddisfatta dopo aver venduto tanto perché sicura che quella promozione sia un affare, sicura di aver giovato tanto al cliente quanto all’azienda. Soddisfatta anche di aver ben seguito gli insegnamenti del briefing: l’azienda ci guadagnerà un mare di soldi e continuerà a produrre merce buona a buon mercato. Il premio per aver venduto oltre la soglia minima è in denaro solo raramente, il più delle volte ci si accontenta di aver guadagnato la stima del datore di lavoro che per la prossima promozione ti richiamerà. Per non contare poi che spesso il pagamento avviene a 60 giorni dalla data in cui si è lavorato (quando le agenzie sono precise). Ma le promoter non si lamentano. Attendono pazienti come sono abituate a fare.
Cervelli monopolizzati, quindi, e di conseguenza anche menti sfruttate, perché la resistenza alla persuasione da parte delle masse cresce. Liberismo individuale significa anche diffidenza nei confronti del prossimo. Le strategie messe in atto dalle promoter per essere prese in seria considerazione dal cliente di oggi, che non si fida di niente e di nessuno, equivalgono a finissime tattiche di distruzione di una resistenza radicata e ferrea. Tattiche che richiedono un’intelligenza non inferiore a quella del cliente. Una proprietà di linguaggio efficacemente incisiva. Astuzia. Fregare il prossimo non è così semplice. Occorre che si sappia persuadere e argomentare bene e che in parallelo non si abbiano sensi di colpa. Ma la coscienza è messa a tacere senza troppe difficoltà grazie al briefing. Menti sfruttate perché le promoter sanno spesso parlare più lingue, sono intuitive, intelligenti. Ma completamente inglobate in un sistema per cui bisogna fare di tutto per fornire le aziende di nuovi acquirenti, un sistema per cui ci si convince di non fregare il prossimo mentre si sperimentano tattiche nuove di persuasione truffaldina. Lavoro doppio su sé stessi e sugli altri. Lavoro doppio e contrastante. La promoter è indubbiamente la neonata figlia del consumismo, di una società in cui non basta mai nulla, e anche la pubblicità deve inventarsi qualcosa di nuovo per essere ascoltata. Molto peggio degli operatori dei call center, quindi: non sarà mai possibile per queste nuove figure alcuna forma di alienazione, in quanto esse costituiscono insieme il lavoratore e il consumatore, consumano anche mentre lavorano e il loro sfruttamento è mascherato perfettamente. Le promoter non si lamentano. Attendono pazienti come sono abituate a fare. Hanno trovato il modo di farci lavorare alleggerendo al massimo il peso dello sfruttamento.
Elisa Cotena

Saturday, September 23, 2006

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: L’intellettuale e il potere (dal n° 1 di Epimeteo)

Leggo l’abiura di Galilei: “ Dovetti lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sara Scrittura, [...]. Pertanto volendo io levar dalla mente delle eminenze V. re e d’ogni fedel ristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro.”
Una morsa allo stomaco. Al tempo di Galilei c’erano diversi tipi d’intellettuali: c’era chi cercava solo una vita tranquilla e sicura al servizio del padrone; questi sapevano che a decidere cosa dovessero scrivere , e addirittura, cosa dovessero pensare era il signore; una chiara testimonianza è l’opera di Torquato Accetto “Della dissimulazione onesta”. C’era poi chi cercava, invece, solo la verità., come Galileo Galilei, l’uomo grazie al quale abbiamo potuto conoscere quello che c’è al di là della terra sulla quale poggiamo i nostri piedi. Anche oggi di “dissimulatori” ce ne sono fin troppi. E li definirei con l’espressione che il critico letterario Benzoni utilizzò a proposito degli intellettuali del ‘600 della prima categoria da me citata: “ceto gelatinoso nebbioso” per il quale “ogni baluginio democratico è minaccia alla loro identità”, è “horrible anarchia”. Ma chi non è interessato alla tranquillità, alla “dissimulazione”, quanto piuttosto alla verità? Come deve comportarsi? Tacere? Fuggire? Oh, ma non c’è bisogno! Ci pensano i “dissimulatori” che sono al potere a far tacere. Un esempio che viene facile? Santoro, Biagi, Guzzanti sono stati licenziati, cacciati, confinati al di fuori di ogni mezzo di informazione. Perché oggi, secolo XXI, chi cerca solo di aprire uno spiraglio di verità viene cancellato dalla scena, proprio come accadde al famoso scienziato del ‘600. Non dà da pensare? Non viene da chiedersi quanti passi abbiamo fatto da allora? Dal tempo in cui bruciavano le streghe sul rogo, impiccavano i ribelli, costringevano gli intellettuali a tacer? A parte i metodi attraverso cui il potente arriva ad eliminare chi gli è più scomodo, è cambiato molto?
Alice Vitagliano

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: ANCORA BRECHT (dal n° 1 di Epimeteo)

La vita e la produzione, prevalentemente teatrale,di Brecht sono segnate dall’impegno militante nel periodo fra le due guerre,nel momento d’ascesa in Germania del Nazismo e in quello dello scoppio della II guerra mondiale.Nei primi anni trenta egli sviluppa la concezione di un teatro epico; alla forma moderna del teatro borghese ,che assegna allo spettatore il ruolo di partecipante emotivamente coinvolto ma intellettualmente passivo, Brecht contrappone un modo di fare teatro che pone lo spettatore nella situazione di ascoltare riflessioni ed argomenti e poi di dover decidere.Il drammaturgo mostra le contraddizioni presenti della società, lascia esprimere le tensioni dell’esistente;ed allo stesso tempo invita chi osserva a pensare e a dover fare scelte sui problemi morali che si vive nella società, al di fuori delle mura del teatro.Per il pubblico non si tratta quindi di ascoltare partecipando o al più di interpretare; il pubblico è chiamato a fare i conti con se stesso,con il proprio essere sociale e gli assunti della propria morale; proprio attraverso l’effetto di straniamento intenzionalmente introdotto, la perbene realtà scenica si apre continuamente a quella della brutalità del fuori.A teatro quindi non si viene semplicemente per divertirsi;se il mondo va in fiamme quello che è necessario è promuovere un giudizio critico,una presa di posizione sempre comunque relativa al sociale e quindi decisamente politica.Brecht si è evidentemente posto di continuo nella sua vita la domanda “ Come agisce un’intellettuale impegnato?”, “Qual è il ruolo della cultura nella società delle merci?”Nell’opera “Vita di Galileo” Brecht rappresenta la frattura apertasi tra progresso tecnico e progresso sociale; lo scienziato Galileo diventa metafora della condizione intellettuale contemporanea,delle sua forti responsabilità in un mondo in cui l’uso della bomba atomica è solo l’ultimo degli atti del cammino di una scienza borghese subordinata all’interesse dei gruppi dominanti.Il paradosso è tale che ad ogni Eureka degli scienziati può corrispondere un grido di dolore da parte dell’umanità; Vita di Galileo è l’interpretazione della dialettica dell’Illuminismo, secondo Brecht.L’opera rappresenta un percorso,una contraddizione nel suo farsi: Galileo non è certo solo il Galileo che alla fine “con cuor sincero e fede non finta” abiura e che compie il peccato originale della viltà; la sua figura inizialmente è quella di un intellettuale laico che ripone il proprio impegno nel credo di una scienza liberatrice dei popoli,della fiducia razionalistica nelle capacità e nelle possibilità dell’uomo di conoscere,nella rivendicazione dell’importanza dell’esperienza e della prassi a fronte del dogmatismo aristotelico. “Sta sorgendo una nuova era,un’epoca di grandezza,un’epoca in cui sarà una gioia vivere”,questa l’aspettativa prometeica di Galileo.Quest’epoca non è mai davvero sorta e questo è il nostro vero dramma contemporaneo; l’ideale del progresso umano,quello dell’uguaglianza e della libertà hanno fatto la loro apparizione fra i propositi degli uomini, ma non sono mai davvero divenuti una realtà storica. Le acquisizioni della conoscenza e le possibilità della scienza sono incredibili rispetto al passato, eppure “la terra interamente illuminata splende all’insegna di tale sventura”(Dialettica dell’Illuminismo).L’assurdità della condizione umana va proposta nel teatro attraverso la forma del paradosso della rappresentazione e dello straniamento del pubblico rispetto ad essa.Il paradosso passa anzitutto attraverso la frattura fra volontà e realtà: gli autentici propositi di Galileo si sono imbattuti in un potere indifferente alle ragioni della liberazione dell’umanità;la volontà in sé non basta,la generosità astratta è inconcludente anzi si trasforma nel contrario.L’anima buona del Sezuan,altro capolavoro di Brecht,delinea il fallimento delle buone e semplici intenzioni nella miseria della società dell’individualismo; si mostra così compiutamente la scissione dell’uomo borghese fra la coltivazione della purezza della propria anima e la rapina immorale,freddo risultato del calcolo di interessi personali. L’atomizzazione della società borghese ha raggiunto un livello estremo. “Come un fulmine il vostro antico comandamento di essere buona e di vivere bene mi ha squarciata in due parti[]Mi era impossibile essere buona per me e per gli altri[]Come si potrebbe resistere a lungo alla cattiveria se chi non mangia carne è destinato a perire?” A fronte dell’ingiustizia e della disperazione della società del capitale per Brecht non si tratta solo di volere altro,ma si tratta di capire in quale direzione cambiare.Dal suo punto di vista prendere posizione contro l’oppressione è significato non venire a patti con la società borghese che ha generato questa devastazione e la riproduce inevitabilmente,al di là per l’appunto del proprio iniziale astratto disegno.Nelle opere di Brecht si mostrano le lacerazioni umane conseguenti alle contraddizioni della società: lo spettatore è chiamato a raccogliere le domande e provare a darsi in autonomia delle risposte. Lo stesso epilogo dell’ Anima buona del Sezuan prende atto del capovolgimento della trama,da leggenda d’oro dei buoni sentimenti ad esito incompiuto di un compromesso. “Volete che veniamo.Dovete divertirci!” penserà il pubblico; ma nell’epilogo vi è riposta la consegna di drammatiche domande: “Deve cambiare l’uomo?O il mondo va rifatto?”.Non vi sono date soluzioni bell’e fatte, ma l’esito dell’opera riconduce direttamente al problema delle sorti dell’uomo; se non c’è vero modo di far sciogliere il nodo della trama è perché il nodo non può essere sciolto e l’insoddisfazione per l’assenza di un’autentica fine deve essere rivolto nel senso della domanda impossibile di come sia possibile che “un’anima buona possa darsi aiuto,perché alla fine il giusto non sia sempre battuto”.Ancora più oggi in questa società in cui l’apparato produttivo determina in maniera totalitaria l’essere individuale e sociale,l’intellettuale è il soggetto più esposto ai rischi di profondersi in semplici buone intenzioni che facciano il paio invece con la realtà dell’asservimento; “gli ultimi nemici della borghesia e gli ultimi borghesi”,come li definisce Adorno,devono fare necessariamente i conti con l’essere materiale privilegiato della loro vita e con l’astrattezza in cui incorre la semplice volontà; scrivere fra quello dei nemici anche il proprio nome(Fortini)significa fare della cultura uno strumento attivo di resistenza all’ordine costituito, proprio nel momento in cui però se ne riconosce l’insufficienza a livello della autentica trasformazione politica.
Giulio Trapanese

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: INTELLETTUALE E TRASVALUTAZIONE (dal n° 1 di Epimeteo)


Chiunque pratichi attività per le quali si prevede un utilizzo prevalente delle facoltà intellettive, naturalmente facendo riferimento ad una serie di competenze specifiche, rispetto alle facoltà fisiche, può essere definito legittimamente, anche se in un senso molto ampio del termine, un intellettuale. Tuttavia si è sempre teso ad identificare con la Categoria Intellettuale quelle personalità che operano direttamente nel mondo della Cultura, umanistica o scientifica che sia, rappresentando anche spesso un riferimento ideale per larghe fette della società , se non per l’intero immaginario collettivo. Spero che chi legge, possa perdonare al sottoscritto questa zelante nota didascalica d’esordio ma essa si rivela necessaria affinché sia ben chiaro l’oggetto della nostra discussione. Ciò si rende opportuno soprattutto perché ci apprestiamo ad affrontare questa tematica proprio oggi quando il tatto con la figura dell’Intellettuale è davvero molto scarso.

La Società contemporanea, plasmata sui miti dell’immagine e del consumo, segue nuovi “guru”, portatori dei valori tipici del neocapitalismo. La società dell’«Uomo ad una dimensione» guarda come suo fondamento non certo ai valori filantropici come quelli dei Saperi o della Cultura ma all’accumulo di beni di consumo, oramai fine e non più mezzo per il raggiungimento del piacere umano. Un sistema del genere non potrebbe che lasciare poco spazio ad un tipo di emancipazione umana che voglia partire dal fermento e dalla crescita culturali, quindi a chi fonda il suo ruolo sociale e la sua dimensione esistenziale su di essi.
Di fatti, se fino alla prima metà del XX secolo la figura-guida per la comunità è stato proprio il Luminare, l’Intellettuale, talvolta vate talvolta pastore delle masse, nell’esasperazione odierna del capitalismo e soprattutto del consumismo, il riferimento umano, il modello di vita, non può essere che il “ricco”, “colui che possiede”, magari l’ “uomo d’immagine” come quello dello spettacolo o della reality-tv. Pertanto è chiaro come l’Intellettuale non sia, oggi più che ieri, un simbolo di emancipazione per la massa seppur essa, rispetto a trent’anni fa, presenti un livello medio di istruzione (o sarebbe meglio dire alfabetizzazione/formazione) più alto.
Resterebbe solo da capire il ruolo effettivo che l’Intellettuale svolge nell’immaginario di settori specifici, come quello studentesco o quello professionistico-culturale. In effetti, anche in questi ambienti, ed in modo particolare in quello studentesco medio nonché universitario, la figura dell’Intellettuale gode comunque di un rilievo minore rispetto ad un divo del piccolo schermo. Gli spazi sociali, quindi, lasciati in questo tipo di contesto all’Intellettuale, oltre ad essere pochi, sono sempre più marginali e di nicchia. Tuttavia non c’è da confondere la poca visibilità con l’inesistenza. La figura dell’Intellettuale, difatti, oggi continua ad esistere e a svolgere un ruolo fondamentale per la crescita socio-culturale collettiva, seppur con modalità diverse e con meno evidenza. Sarebbe interessante, a tal proposito, capire quale posizione all’interno di questa intricata rete sociale, l’Intellettuale contemporaneo va ad occupare e con quali caratteristiche la sua figura si presenti. Proprio cercando di carpire quale siano le rotte di “incanalamento” sociale che l’Intellettuale odierno può percorrere, si possono distinguere, seguendo naturalmente un tipo di schematizzazione molto semplicistica, essenzialmente due diverse tipologie di percorsi quali quello dell’ “Intellettuale Integrato” e quello dell’“Intellettuale Indipendente” (tali definizioni sono qui adoperate per pura comodità nella comunicazione e senza alcuna superba pretesa normativa o teorizzante.ndr).
L’ “Intellettuale Integrato” può essere essenzialmente colui che viene assorbito in maniera totale dal sistema vigente, diventandone strumento, rimanendone inglobato nei meccanismi e utilizzato come fautore acritico dei suoi valori e del pensiero unico su cui questi si fondano.
L’Intellettuale che abbiamo, in questa sede, definito “Indipendente”, invece, per quanto possa non necessariamente essere un personaggio avulso dalla società, eterogeneo alle sue dinamiche ed estraniato dalle sue strutture, tenderebbe comunque a restare un individuo che conserva, sostiene e promuove sempre un approccio critico con la realtà, pur operando talvolta all’interno degli ambiti professionali tipici di questo stesso Sistema. L’ “Intellettuale Indipendente” dovrebbe rivelare una propria coscienza critica, libera e caratterizzata da una profonda onestà di pensiero, a prescindere da quale sia il suo modello ideale e/o ideologico.
E’ importante notare come, in entrambe le tipologie sinora tratteggiate, ad una “vecchia generazione” d’Intellettuali (quella già operante negli anni ‘60) vada ad affiancarsi una “nuova generazione” (quella degli attuali trentenni/trentacinquenni formatisi culturalmente e umanamente tra gli anni ottanta e i primi novanta) e come a queste se ne sommerà probabilmente un’ “ultimissima” nei prossimi dieci anni, con personalità attualmente in via di formazione.
A questo punto, sarebbe opportuno soffermarsi e focalizzare l’attenzione proprio sulla “nuova generazione” nonché su quella appena definita “ultimissima”, facendo riferimento esclusivamente alla seconda tipologia individuata d’Intellettuale, quella dell’ “Indipendente”.
Considerata la breve analisi su esposta e riguardante la società neocapitalistica dei consumismi, dell’ “unidimensionalità” omologante e del declassamento del sapiente rispetto a nuovi modelli umani, l’ “Intellettuale Indipendente” e realmente incondizionato, oggi, non può che partire da un atteggiamento critico nei confronti del Sistema vigente. In un contesto sociale che de-valorizza la cultura e il sapere, l’ “Intellettuale Indipendente”, in quanto tale e a prescindere da quali siano le sue convinzioni ideologiche o etiche, per incidere efficacemente nel sociale non può che fungere da “mente critica” e costituire una vera “Avanguardia della Contestazione”. C’è chi sostiene che la nuova “Intellighenzia” si stia formando con elementi provenienti dalle fila più disagiate della società, c’è chi invece è convinto che questa continui e continuerà a nutrirsi dei figli di gruppi sociali che derivano dalla vecchia Borghesia. L’importante, tuttavia, non dovrebbe essere la provenienza sociale ma la posizione critica che l’Intellettuale va ad assumere rispetto alla struttura sociale in vigore. L’Intellettuale che può lavorare per migliorare il nostro mondo non deve necessariamente essere inquadrato nella vecchia “concezione di classe” ma colui che prenda le mosse da una messa in discussione critica, parallelamente scardinante e costruttiva, della realtà vigente, operando ad una “trasvalutazione” dei valori per inclinare il dogmatismo del pensiero unico capitalistico-consumistco e alimentando poi quella dialettica multipolare necessaria per la costruzione di alternative.

Leandro Sgueglia

PRIMO PIANO-l'Intellettuale: Lavoro intellettuale e lavoro politico(dal n° 1 di Epimeteo)

Il lavoro intellettuale non è il mero lavoro mentale. Il lavoro intellettuale è un lavoro di analisi critica del mondo che circonda l’intellettuale. Il mondo che lo circonda, quindi, lavoro politico. L’intellettuale che lavora più su di sé, quello meno organico alla società, pure può dirsi politico. Politico in quanto il Sé è il suo mondo, è insieme Sé ed Altro e il confronto con l’Altro che è in sé è già troppo impegnativo per dare spazio al confronto con l’Altro che è fuori. Il lavoro dell’intellettuale è politico anche per un’altra ragione: non solo perché riguarda il confronto con l’Altro da sé (che è fuori o dentro di sé), l’analisi quindi del mondo che lo circonda, ma anche perché tale confronto viene espresso durante il suo sviluppo. L’intellettuale analizza criticamente a voce o per iscritto utilizzando sempre il linguaggio. Linguaggio che non può non essere politico. “Dire” è inscrivere nel segno la propria analisi, per rivolgerla a qualcun altro. Il lavoro intellettuale è politico, dunque, uno perché lavora sull’Altro da sé e, due, perchè è rivolto all’Altro da sé. Il punto di partenza, la condizione necessaria e il fine ultimo del lavoro intellettuale è la ricerca. Ricerca di un’alternativa, insieme, a quello che c’è e a quello che non c’è. E si sa che “ricerca” è nell’essenza “rivoluzione”: essendo il presente tale, e quindi uguale a sé stesso, senza idee nuove tenderebbe ad essere statico. E la staticità sta stretta all’intellettuale. Per questo egli lavora per essere da stimolo ad una svolta. Una svolta che sia anche interna alle statiche aspirazioni presenti (e dunque lavora ad essere alternativa anche a quello che non c’è ma che nel presente si spera ci sia). Con l’analisi del presente e la ricerca di un’alternativa per il futuro, che magari venga suggerita dalla storia passata, il lavoro intellettuale mira così ad aprire le strade che sta poi al lavoro politico valutare, scegliere, percorrere. Vale la pena domandarsi, ora, nel concreto di questo presente cosa rappresenta la cultura, il pensiero...l’intellettualità che “apre le strade”? Di certo il lavoro intellettuale continua ad essere ricerca. Ma questa volta la ricerca pare svuotata di senso, in quanto non più realmente rivoluzionaria nell’essenza. L’intellettuale continua a lavorare sull’altro da sé, ma non più per l’altro da sé, bensì o per sé, o peggio, per chi sta in alto. Dinanzi all’intellettuale si aprono oggi due sole strade, entrambe intrise di precarizzazione: La prima è quella di mettere la propria ricerca nelle mani delle classi dirigenti, studiando così il passato e facendo che esso si ripeta nel presente, allo scopo di permettere ai potenti di prevedere e in questo modo controllare ciò che accade. Mettere il lavoro intellettuale al servizio di quello politico dei piani alti, e quindi di quello dirigente- amministrativo, è un rischio che si è sempre corso sin dalle origini del pensiero. Del resto “operare con la politica” ha un significato pericolosamente ambiguo. E sottolineo: l’ha sempre avuto. Tuttavia oggi pare che la il confine tra la cooperazione volta allo sviluppo e quella volta al controllo sia più labile che in passato e che si passi senza troppa difficoltà dall’una all’altra senza che si capisca bene quale sia lo scopo definitivo (che siano entrambi...?O che l’uno mascheri l’altro senza riuscirci con costanza?). Quando invece l’intellettuale ricerca per sé, la strada si biforca ulteriormente: Da un lato si lascia che il sé diventi il proprio dirigente e si lavora per interessi materiali e puramente personali. Dall’altro non si fa della ricerca il proprio lavoro, non se ne ricava interesse alcuno, ci si chiude nel proprio sé e si scrive, si fa ricerca soltanto per non morire schiacciati da un presente ostile e pesante. Soltanto per dire a sé stessi “anche se nessuno lo apprezza, è ancora possibile fare ricerca”. Ed ecco che, paradossalmente, l’alternativa più egoista, che meno pare rivolta all’altro da sé, risulta essere quella più politica. Tra le righe l’ho detto anche prima: il confronto con l’altro che è in sé è lo stadio primordiale del confronto politico. Ma anche in questa scelta, che pure è minacciata dalla fama e dal controllo, allorché dovesse riuscire a resistere, non ci sono certezze alcune. Il lavoro intellettuale è minacciato, ma persiste a stare lontano dal denaro, si tenta in tutti i modi di non farne strumento di potere. Tuttavia ogni tanto non ci si potrà non domandare “...ma a che serve”? Non all’interesse materiale, non a quello politico (cioè: dirigente amministrativo).... A proposito del rapporto tra politica e cultura, ritengo impossibile non citare a questo punto Elio Vittorini, il quale fa un’analisi che ritengo degna di nota, in quanto punto di partenza teorico che definisce entrambe le attività, le quali “non sono perfettamente distinte, ma certo sono due attività”. Egli definisce la politica come la “cultura che per agire si adegua al livello di maturità delle masse”, mentre la cultura, “non impegnandosi in nessuna forma di azione diretta”, ha il compito di “andare avanti sulla strada della ricerca”. La cultura risulta essere dunque “ la forza umana che scopre nel mondo le esigenze di mutamento e ne dà coscienza al mondo”. Del resto lo dicevamo prima: l’intellettuale dovrebbe lavorare per l’alternativa, per aprire le strade che sta al lavoro politico valutare, scegliere, percorrere. Parliamo ancora di oggi: pare che le strade abbiamo smesso di essere aperte, pare che la ricerca dell’intellettuale sia oggi volta a linguaggi e argomentazioni nuovi solo per dare alle masse alternative già sperimentate. Il fine è ancora il controllo. Come dice, ancora una volta, Vittorini, la cultura, per essenza, “aspira alla rivoluzione come a una possibilità di prendere il potere attraverso una politica che sia cultura tradotta in politica e non più interesse economico tradotto in politica”. Oggi assistiamo dunque al tramonto della cultura nella sua essenza. Della ricerca nella sua essenza. Della politica nella sua essenza.... Perché fino a che punto è giusto che si dividano? Quanto dipendono l’uno dall’altro? E quanto entrambi sono strettamente legati alle richieste del senso comune? Il lavoro intellettuale è sì diverso, più libero...ma comunque legato. Legato alla politica che a sua volta è legata alla società. Ripeto: il lavoro intellettuale è politico. Dunque, quello che a questo punto bisogna che ci si chieda è: perché il lavoro intellettuale si trova in questo stato? Quella intellettuale non è un’opera di riflesso delle richieste delle masse? Sarà che il mondo non le vuole le alternative? Sarà che la rivoluzione, quando è richiesta, la si vuole già bell’e fatta? E allora a che serve il lavoro intellettuale?Che futuro ha, che futuro abbiamo? Le idee a questo mondo non servono più a guidare, ma a controllare. E così anche la politica... Bisogna che si riparta da qui, da questa analisi, perché lavoro politico e intellettuale in senso puro, come li intendeva Elio Vittorini, tornino ad operare per una reale alternativa.
Elisa Cotena

Friday, September 15, 2006

IL FONDO: E se tutto stesse davvero nel sentirsi felici... (dal n° 1 di Epimeteo)



Il numero zero di questo giornale ha voluto essere tramite di un innocente modo di sentire, certamente estremamente vicino a ciò che può comunemente dirsi insoddisfazione o infelicità. Tale innocenza era data dal fatto che il gruppo cominciava appena a destreggiarsi nel confronto libero, che ognuno lentamente stava venendo fuori dalla propria chiusura individuale, dalla solitudine della propria stanza, stava scorgendo ciò che resiste fuori dal guscio della realtà materiale e dello studio. Era inoltre causa del fatto che certamente eravamo soltanto all’inizio di quel percorso che pone la consapevolezza obiettivo di primaria e vitale necessità.
Non stagneremo mai…di questo siamo e siete tutti consapevoli! Talvolta procederemo lentamente (coerentemente al nome che per noi abbiamo scelto), talvolta trasparirà il timore della sconfitta…ma non ci fermeremo.Non accadrà perché questa esperienza ha acceso e sta accendendo qualcosa nella testa di ognuno di noi, Qualcosa che seppure stentiamo a definire ci sta ponendo dinnanzi proprio quella sistematicità metodologica che silenziosi bramiamo da tempo. Ora nessuno di noi può far a meno di pensare, di studiare, di chiedere, ardendo alla ricerca di una risposta e tuttavia mai accontentandosi di soluzioni regalateci da voci esterne a noi stessi.
In principio i primi scritti che venivano fuori dai primi confronti facevano riferimento al bisogno di osare. Spesso poi ci siamo chiesti in quale direzione . ci siamo chiesti consapevoli del costante rischio retorico a cui andavamo a sottoporci cosa volesse dire precisamente osare.
Ebbene, questi giorni di assenza da Napoli m’hanno dato modo di leggere e pensare sull’altrui pensiero:

“La perversione sta nel fatto che la società industriale avanzata si trova ormai dinnanzi alla possibilità di dar corpo materiale agli ideali”

Poche parole che Marcuse scrive nell’uomo a una dimensione rendono perfettamente il senso dell’assenza odierna.
La mancanza di ideale sfocia forzatamente in un reale carnivoro dell’esistente come del trascendente. E’ un fatto che l’individuo si riconosca nella materialità circostante e che esse gestisca i suoi bisogni, il senso del suo esser felice come dell’esser assolutamente sordo all’infelicità. L’uso comune, di massa e mercificato delle immagini e del linguaggio ideale che permetteva di percepire una qualche mancanza oggi rende vano il sogno la speranza l’arte. Oggi spiega l’assenza radicatissima della cultura e del sapere così come della poesia!
Tutto appare barriera insormontabile, da queste mie parole appare vano anche lo sforzo di chi ancora ambisce al pensiero.
Ebbene tuttavia a mio avviso la via da battere è antitetica a quella che la filosofia e la letteratura in parte hanno fin’ora battuto. Ora come ora bisogna muoversi alla ricerca del sentire l’infelicità.
I rischi di questa scelta appaiono naturalmente evidentissimi. Vi è tangibile il rischio di apparire meri disfattisti, bisognosi di trascinare nel proprio sentir male l’intero mondo circostante.
Evidentemente l’intento è per l’appunto opposto.
Sentire l’infelicità significa predisporsi in uno stato mentale che anticipa di gran lunga il cambiamento, che anticipa e allo stesso tempo muove le rivoluzioni.
Sentire l’infelicità era l’obiettivo remoto della stessa scuola di Francoforte , di cui Marcuse er parte integrante.Quarant’anni fa come oggi l’esigenza era la stessa sentire il malessere per poi pensare la rivoluzione
Appare forse frustrante pensare di ritrovarsi così limpidamente rispecchiati nelle parole di pensatori che scrissero quarant’anni fa. Frustrante perché nel mezzo abbiamo vissuto il sessantotto, il settantasette, il buco nero degli ottanta e dei novanta…insomma sembra quasi che la storia abbia smesso di avere quella funzione che le si addice più d’ogni altra, quella d’esser maestra delle altrui future esperienze. Eppure è evidente che tanti sono gli aspetti che ci allontanano dall’esperienza de Francoforte, senza segare che il pensiero e la critica pura sono oggi più che mai vicini. Lo stato di desublimazione repressiva è giunto oltre ogni aspettativa, oltre ogni tollerabilità , in quarant’anni quotidianamente abbiamo lavorato alla costruzione di quel sistema chec’era stato palesato come il più terrificante tra tutti.
Tuttavia ciò che può far sperare i nostri animi così costantemente turbati da questo senso di perpetua sconfitta è che la realtà materiale, che negli anni 60 decollava veso i picchi più elevati di benessere materiale, di consumo sfrenato di euforia insensata, oggi è stato definitivamente soppiantato da uno status quo caratterizzato da depressione precarietà instabilità paura.
Percezioni e non prese di coscienza chiare ormai a tutti i cittadini di questo tempo, percezioni dalle quali noi abbiamo il sacrosanto compito di muovere ogni critica e ogni lavoro edificatore.
Essere consapevoli di questo dualistico aspetto della realtà ci costringe quasi ad adempiere secondo un senso morale per certi aspetti kantiano, al nostro ruolo di lavoratori instancabili di pensiero.
Prima di tutto non perdendo mai di riferimento il tragico involgersi dello stato reale e trascendente dell’individuo, il paradosso che muove la realtà oggi e il senso di sconfitta inconsapevole presente negli animi di tutti. In secondo luogo facendo che la storia torni ad essere maestra della nostra formazione e che si rianimi del peso e del colore che le è dato di avere. Infine restando fermi alla realtà leggendola alla luce dell’occhio consapevole che la materialità e l’esperienza storica sole possono darci.
Eleonora de Majo

Sunday, June 04, 2006

Il Partito (dal n° 0 di Epimeteo)


Al giorno d’oggi la crisi generale della società è evidente in quella dei partiti e ancora di più in quella della politica tutta;in quest’articolo si critica in particolare lo stato attuale in cui versano i partiti della sinistra nella situazione italiana attuale.
Ebbene, rispetto a questo si vede che questi partiti sono sempre più risucchiati nelle pratiche d’amministrazione spicciola piuttosto che nell’organizzazione autentica della partecipazione dei soggetti,che il loro dibattito non riguarda il cambiamento ma la gestione del presente;alla promozione di cultura politica si preferisce invece una prassi d’assistenzialismo verso gli individui.
Così l’esproprio della politica attraversa pienamente la direzione e il corpo di questi partiti.
La politica quindi viene a livello dei più costretta progressivamente a confronto sterile di opinioni e viene promossa invece al livello di chi la gestisce a gioco di potere e spesso di corruzione.
I circoli e le unità di base sono spesso astratti dal loro territorio,svuotati di discussione da parte degli stessi attivisti,ridotti a comitati elettorali; la dimensione della politica perde colpi rispetto al personalismo,alla burocrazia tradotta nel potere nelle mani di pochi.Si può dire insomma che il capitalismo lega a sé nella sua degradazione attuale queste formazioni politiche,le quali in ultima analisi non riescono a contrapporre alcunché al modello dominante .
La storia ci sorpassa come individui singoli in particolare poiché la nostra volontà difficilmente riesce ad intervenire realmente nel presente;il corso della Rivoluzione francese ha dimostrato come non sia possibile calare semplicemente dall’alto sulla storia generosi propositi di cambiamento; è necessario anzitutto comprendere il presente e cioè comprendere le effettive possibilità di intervenire. Un partito politico intende essere una direzione; ed una direzione dal momento che intende guidare un processo di cambiamento politico richiede da parte sua una teoria.
Nella storia contemporanea il grande tentativo di fare d’una teoria arma politica d’un partito è stato rappresentato dal marxismo.
Capire la storia del Novecento significa in molta parte fare i conti con il destino internazionale dei partiti comunisti e del pensiero sviluppatosi all’interno o all’esterno di essi,ma comunque in continuità con l’ispirazione di Marx .
La crisi attuale della politica organizzata a sinistra(ma in verità non solo) è in fondo tutta dentro a questo tipo di contraddizioni : le contraddizioni nell’applicare anche astrattamente un modello,rinunciando alla comprensione dell’effettiva situazione storica e sociale della circostanza concreta..
Nelle parole dello stesso Marx “I comunisti non pongono principi speciali sui quali vogliano modellare il movimento proletario”:cioè non cadiamo nell’errore d’imporre forzosamente alla realtà effettiva una nostra teoria,che pure se pregevole corre sempre il rischio, a fronte del movimento della storia, d’essere astratta.
Non esiste una teoria politica buona per tutte le stagioni; qualunque condizione storica è sempre una condizione particolare: cioè la storia non si riproduce mai alla stessa maniera.
Il fenomeno del socialismo reale e dello stalinismo complessivamente nel ventesimo secolo è in verità ancora troppo poco pensato; rispetto al partito elementi della storia del secolo scorso che caratterizzano silenziosamente ancora la nostra attualità sono l’assenza di un’autentica democrazia interna a favore del centralismo di gestione dell’organizzazione,la chiusura nei confronti di apporti di nuovi contributi teorici e culturali,l’emergere della figura del militante come oscillante tra l’eroe popolare e il freddo burocrate ed in possesso in ogni caso d’una verità quasi astorica da confidare alla parte sana dell’umanità.
In questo contesto anche culturale il pensiero critico è schiacciato dall’ideologia dominante nelle sue diverse forme;nel Novecento almeno rispetto al modello dominante s’ergeva una contrapposizione importante rispetto alla visione del mondo; mentre al giorno d’oggi stiamo rinunciando completamente a capire quello che sta avvenendo.
Una teoria politica ha bisogno d’una filosofia e di un metodo e per questo non deve rinunciare a criticare realmente il proprio presente per quello che è e non per quello che i nostri riferimenti del passato magari avevano previsto che fosse.
Il ruolo delle idee nel discorso sul partito è particolarmente importante,perché in fondo sono queste la vera continuità della storia; un’avanguardia politica che contesta radicalmente la società in cui opera ha il compito di mantenere un atteggiamento onesto nei confronti della storia e delle proprie possibilità; non si possono scegliere spezzoni del passato favorevoli semplicemente per dimostrare d’essere nel giusto.
Viviamo in un momento in cui appunto i partiti e le organizzazioni che si pongono dalla parte della contestazione di questo modello dominante navigano a vista,senza vera coscienza di dove si stia andando ma soprattutto senza coscienza del proprio ruolo da un punto di vista storico più ampio.
Il restringimento evidente degli spazi della partecipazione,la crisi del confronto delle idee,lo svuotamento dei partiti come luoghi d’organizzazione e di formazione dei giovani in cerca di spiegazioni e attività politica, lascia sfuggire lo stesso ancora attualissimo significato del concetto di egemonia politica;s’intende l’egemonia all’interno dello scenario ampio della società:dal contrasto dell’educazione repressiva nelle famiglie, dai luoghi di formazione dei giovani, nelle scuole e nelle università,nei partiti rispetto al tradizionalismo e alla corruzione,nei diversi luoghi di aggregazione sociale e soprattutto nei luoghi di lavoro dove oltre alla rivendicazione e alla contrattazione economica c’è bisogno di riappropriarsi del diritto ad un lavoro che rientri nell’aspirazione della vita individuale e che questa non sia risucchiata ed alienata completamente nella ricerca della sopravvivenza materiale.
Così se i partiti radicali della sinistra rischiano di scambiare quotidianamente nella loro prassi politica il libertinismo per la libertà,il populismo per la democrazia e l’omologazione per l’uguaglianza,questo significa che l’adeguamento dei contestatori all’ordine vigente è quasi del tutto completato.
Ed è per questo che al giorno d’oggi essere rivoluzionari comporta anzitutto essere autenticamente disposti a pensare il proprio presente.

La nostra Politica: alienata nella prassi (dal n° 0 di Epimeteo)

La Società neocapitalistica e il mito del nuovo consumismo, hanno, tra i propri effetti, la diffusione, anch’essa omologante, del disinteresse degli individui per la vita pubblica, sociale, collettiva. L’imposizione di un modello di vita basato sul raggiungimento del puro benessere materiale, che sia standard per la gran parte degli esseri umani a prescindere dai singoli status sociali e culturali, mette le persone in competizione e riduce le vite a corse sfrenate verso il raggiungimento di una meta rappresentata esclusivamente dall’accumulo di ricchezza.

Una meta verso la quale il sistema ha incanalato le intime pulsioni desiderose dell’individuo, tramite quelli che sono i mezzi più efficaci di controllo umano, i mass media. Una meta che, pertanto, offusca ogni interesse per il benessere collettivo da parte dell’uomo.
L’individuo, sintetizzando, è concentrato su valori effimeri e dunque non guarda minimamente a quei principi ideologici che possono animare, invece, l’interesse per la politica e per la partecipazione alla “cosa pubblica” in genere.
Ma non è tutto qui. L’uomo omologato sul pensiero unico del sistema vigente, non crede nella “possibilità di cambiamento”, accettando così la società in cui vive come l’unico mondo possibile” e talvolta come “il migliore dei mondi possibili”. E’ chiaro come la mancanza di fiducia nel cambiamento possa incrementare decisivamente il livello di disimpegno.

I Soggetti tradizionali della promozione politica, ovvero i Partiti, non si sono dimostrati interessati e veramente impegnati a tamponare questo fenomeno regressivo e anzi, con un modo d’agire “lobbistico” ed aleatorio, hanno allontanato ancora di più i cittadini.

In effetti le stesse organizzazioni partitiche sono state coinvolte dalla medesima tendenza socio-antropologica che ha influito sulla massa, chiudendosi anch’esse paradossalmente in dimensioni quasi intimistiche, dando l’impressione di essere organismi scissi dalla società reale e strutturati solamente per tutelare gli interessi dei propri gruppi dirigenti, perdendo l’ottica del cambiamento possibile delle cose. Tutte queste dinamiche sono comunque emanazione di una sola causa comune quale “l’alienazione nella prassi”. La politica non è mai stasi ma, per sua natura, prima di essere attività pratica, è azione del pensiero, attività della mente sul piano teorico. Nel momento in cui essa si stacca dall’ideale si smarrisce nella prassi e devia la sua stessa attività pratica, perseguendo fini diversi da quelli presupposti e tra l’altro con mezzi inadeguati. Così vengo fuori confronti televisivi, tra presunti politici, basati del tutto sulla parvenza nonché sul colpo di scena ma, nel contempo, privi di contenuti.

La Politica è definita, a livello enciclopedico, come l’Arte di Governare. Dunque, in quanto Arte se distaccata dalla dimensione ideale, si snatura. Un’Arte, senza l’elemento ideale, non genera Opere ma produce oggetti di consumo. La Politica, senza ideali ed utopie, diventa attività affaristica come il commercio e così resta prerogativa di pochi eletti “professionisti d’affari politici”.

Può sembrare paradossale ma quelle che sono emorragie della politica sul piano intellettuale, hanno dunque rilevanti conseguenze sulla partecipazione di massa. In altre parole, il cittadino, già deviato dal Sistema, trova ulteriore motivo di disimpegno nell’incapacità della classe politica che non può che dimostrarsi priva di contenuti effettivi, in quanto alienata nella prassi e scissa dall’ideale.